COMMENTO AL SAGGIO DI GORI-NOVELLI SULLA ELABORAZIONE DEL LUTTO (G.Majorino)

 

Il saggio di Guido Gori e di Mirella Curi Novelli, apre scenari enormi che ovviamente hanno e hanno avuto sempre infiniti  orizzonti esistenziali, psicologici, sociologici ecc..

Ma, tra gli altri contenuti interessanti, colpisce proprio la scelta della posizione psicologica dell’anziano  nei riguardi di un evento probabilisticamente  a lui più vicino e cioè quello della morte propria e della morte di altri significativi.

Viene qui da chiedersi  se tali atteggiamenti , anzitutto non debbano essere anche considerati, in termini psicoanalitici , secondo le diversificazioni caratteriali (oltre a quelle sociologiche,antropologico-culturali) dei soggetti o per dirla in altro modo a seconda degli apparati difensivi  sottostanti al carattere di ognuno.

Ma questo può anche essere considerato un problema  relativo,subordinato alla specificità della personalità dei soggetti.

Qui invece mi sembra che il saggio possa anche essere via d’accesso per almeno due considerazioni d’ordine analitico e, mi si perdoni per l’ardire ad un’estensione metaforica alla dinamica terapeutica, sia nella fine della “buona” analisi, sia dell’interruzione di questa e soprattutto nella reazione controtransferale.

La prima delle considerazioni riguarda il” viaggio” dell’esistenza rispetto ad un altro supposto viaggio, quello della morte e quindi sui riflessi che tale punto di vista possa avere sui soggetti.

Nella storia dell’umanità, è pleonastico ricordarlo, si è costruito di tutto per capire cosa possa esserci dopo la morte: sistemi  religiosi, filosofici, ritualità funebri o post-funebri  , con l’aggiunta di sedute spiritiche, spettri  e vampiri di tutti i tipi. Ma non è stato solo un’attività, più o meno metaforica, di conoscenza ma anche un tentativo di esorcizzare qualcosa di molto temuto e chiaramente di ineluttabile.

E’ da qui che dobbiamo partire. E prenderei  il mito di Orfeo che tenta  di riportare Euridice nel mondo della vita. Ma proprio Orfeo, violando una proibizione , voltandosi per guardarla  la perde , rimandandola tra gli Inferi.

Ora qui è chiara la presenza dei  due mondi, quello della vita e quello della morte, legati però ad una legge che non ammette deroghe: gli elementi di vita non possono violare gli elementi di morte.

Ma ne dobbiamo anche dedurre che questi due luoghi siano interpretabili come due grandi contenitori, uno che riguarda il mondo dell’esistenza che anche nel ricordo dei soggetti continua a vivere (con tutte le proprie deformazioni difensive)  . L’altro che ad onta di tutto lo scatenarsi delle fantasie creative secolari, resta  sconosciuto .  Ora non solo lo sconosciuto si riempie delle proiezioni persecutorie di ognuno ma può anche diventare il luogo delle proiezioni positive. Anche lasciando da parte l’onnipotenza maniacale dei paradisi, basti pensare all’invocazione per l’eterno riposo dei defunti, alle locuzioni tipi sonno eterno, ecc.

Allora l’anziano  sta forse sostituendo le proiezioni negative  con quelle positive ? Non lo so ma forse , date anche le sofferenze fisiche della vecchiaia ( e nei casi sfortunati anche non della vecchiaia), l’altro “luogo” diventa accettabile e spesso più o meno desiderato (il desiderio di morte di chi soffre mi sembra un campo ancora inesplorato, anche in modo ipocrita).

L’altra considerazione è più  squisitamente (mi si perdoni…) “old Freud” e riguarda quanto giochi nel  nostro vissuto della morte l’economia dell’Eros. Se il contenitore della vita è il luogo per eccellenza dove c’è o per lo meno continuamente si cerca  Eros, l’altro luogo deve fare sforzi fantastici notevoli, nell’immaginario collettivo, per essere riempito libidicamente , magari dandolo in cambio a Crociate, Guerre sante, Terra promessa ecc.

Allora è meglio il sonno eterno , la pace dei sensi.

Purtroppo queste considerazioni si applicano anche al lutto per la morte di altri, soprattutto per quelli ai quali si è affettivamente legati, con l’aggiunta frustrante di non poter più fare nulla per loro.

Ovviamente un enorme discorso a parte, da non trattare qui ma non eludibile prima o poi, è quello di chi da’ la morte per propria scelta oppure perché “autorizzato” legalmente, soggettivamente o collettivamente.

Mi  si permetta ora, un po’ avventurosamente , di  fare un parallelo tra la fine dell’analisi o l’interruzione dell’analisi  e il paradigma della morte e del lutto. Sia per il paziente che, soprattutto per l’analista.

il trait d’union è rappresentato dalla constatazione che in ogni caso (eccetto possibili, ma in genere scarsi , se non nelle comunità analitiche, ulteriori contatti), il paziente scompare per l’analista e l’analista scompare per il paziente. Resteranno ricordi più o meno vividi, piacevoli e/o  spiacevoli.

Da un lato c’e’ il termine “buono” dell’analisi che ambedue i soggetti, più o meno concordemente, considerano soddisfacentemente raggiunto.

Si potrebbe (o si vorrebbe) considerare il fine analisi come l’avvenuta “nascita” del bambino analitico o, andando più in là, come il districarsi dalla simbiosi materna e quindi il raggiungimento di una “individuazione” che sia il presupposto per la crescita infantile. Ma, a differenza di quanto avviene per il processo evolutivo infantile, qui il distacco è totale e cioè come avviene per i cuccioli di animali che ad un certo punto si allontanano definitivamente dalla madre. Quindi ci può essere un vissuto di morte, sia a livello transferale che controtransferale. E’singolare come qualche paziente parli del proprio ex-analista, in termini (elogiativi o non elogiativi), come se fosse un pezzo di passato che è scomparso del tutto e resta solo come immaginetta di tale passato.

Quindi, quando parliamo che il fine analisi debba essere elaborato, è evidente la similitudine con l’elaborazione del lutto.

Ma c’è anche l’interruzione dell’analisi, evento che in genere è opera del paziente( quando volontariamente è posto in atto dell’analista, per chissà quali motivi, è necessario essere cauti perché gli esiti possono anche essere tragici).

Ora è evidente che l’offesa al narcisismo dell’analista può esplodere:”tu quoque,Brute, fili mi”. E’il grido di Cesare sotto le pugnalate del figlio adottivo Bruto (e di altri).

E’ interessante osservare come le reazioni controtransferali si articolino secondo le invarianti caratteriali dell’analista: da quelle schizo-paranoidi (basate sul disprezzo per il paziente) a quelle depressive ( l’analista che si chiede in cosa abbia sbagliato) a quelle più smaccatamente narcisistico-abbandoniche ( sono fatti propri del paziente, l’analista non c’entra).

Forse andrebbe fatta, invece una più accurata disanima se quello che è accaduto non faccia parte del “destino” specifico di ognuno dei due soggetti ( qui junghiani, lacaniani, esistenziali saranno molto contenti..)

 

Ma prescindere dai meccanismi a me sembra che anche qui la metafora della morte come evento inesorabilmente immodificabile, agisca efficacemente dal punto di vista esplicativo,come d’altra parte agisca in vari casi di abbandono, di fine di un rapporto (amoroso,amicale,di lavoro ecc.), addirittura di un tralocco, del cambio di una macchina ecc. . Allora il modello della morte riconducibile al qualcosa che non ci sarà mai più, diventa plausibile. Anche se tentiamo continuamente di esorcizzarlo con le proiezioni fantastiche nell’aldilà, con il rivissuto nostalgico del passato, con la generatività di altri,dopo di noi.