16 Settembre 2016-ore 21,15

 

LA PEDOFILIA E L'OSCURITA’ DEL DESIDERIO

Il disturbo pedofilico

Dr. Aristide Tronconi

Dirigente Sanitario 1° livello Amministrazione IRCCS Policlinico di Milano. Incarico attuale Psicologo-psicoterapeuta presso CRA Conca del Naviglio

 

 

La relazione del Dr.Tronconi è un testo di notevole ricchezza e profondità, con frequenti richiami sia alla letteratura scientifica che alle testimonianze della letteraratura classica.

E tutto questo conduce ad affrontare come caso emblematico, il nodo centrale del rapporto descritto in “Morte a Venezia” di Thomas Mann, tra  un adulto Aschenbach e il ragazzo Tadzio, rapporto nel quale la connotazione estetica ha una prevalenza assolutamente costitutiva.

Per omogeneità con gli altri Report presenti sull’argomento in questa sintesi ci siamo limitati ad esporre le ipotesi cliniche e il profilo differenziante del Disturbo pedofiliaco , rinviando alla lettura completa del testo e della sua bibliografia, che presenteremo su questo stesso sito.

 

Il Dr. Tronconi inizia il proprio intervento con l’attuale definizione psichiatrica della pedofilia sulla base del DSM-5 relativa ai cosiddetti Disturbi parafilici, relativamente al sottogruppo che riguarda la predilezione per l’atipicità dell’oggetto sessuale (analoghi disturbi sono anche il feticismo e il travestitismo. Gli altri sottogruppi riguardano i disturbi del corteggiamento(voyeurismo, esibizionismo) e quelli più propriamente legati alla sofferenza, o algolagnici(masochismo e sadismo sessuale).

La descrizione dei comportamenti relativi alle parafilie, si concretizzano nell’intenso e persistente interesse  sessuale che  escluda l’area genitale o che non sia rivolto a partner maturi e consenzienti.

Quindi il dr.Tronconi si chiede quali siano i criteri diagnostici per identificare il disturbo pedofilico.

La base per tale diagnosi è rappresentata dal fatto che un soggetto ammetta tale parafilia o anche che non ammettano l’attrazione sessuale per bambini/ragazzini inferiori a 14 .Quindi il criterio per diagnosticare deve essere ridotto al fatto del passaggio all’atto o al grave disagio che si prova per tali desideri.

Quindi vanno esclusi, per la diagnosi di disturbo pedofilico, i desideri e le fantasie che non solo vengono agite ma che non creano disagio.

Tuttavia viene fatto notare che vi possono essere persone che affermano di avere attrazione per i bambini/ragazzini,senza una componente sessuale.

Ma il problema diventa più complesso se si manifesta attraverso la comorbilità. Cioè vi può essere una mescolanza con altre parafile (per esempio con il sadismo nell’effettuazione di violenze) o, addirittura con altre sindromi mentali gravi.

A questo proposito viene citata la connotazione di Fishman che distingue tra una pedofilia primaria ed una pedofilia associata ad altre condizioni

psicopatologiche.

Vengono però citate delle rilevazioni (Abel e al.,Finkelor e Lewis ) nelle quali emerge come la stragrande maggioranza delle attività pedofiliche non sono accompagnate da violenza.

Resta il problema se atteggiamenti teneri e affettuosi di pedofili nei riguardi dei bambini/ragazzini siano genuini o rappresentino una tattica di seduzione che facilitino le successive attività erotiche.

Un’altra questione riguarda la prevalenza assoluta degli uomini rispetto alle donne in questi comportamenti, anche se non è chiaro fino a che punto siano presenti, presso queste ultime, altre modalità più sfuggenti che possano essere considerate come pedofiliche.

Quindi il Dr.Tronconi afferma che nel suo intervento tratterà esclusivamente della pedofilia maschile non legata ad altre manifestazioni a livello di comorbilità.E in particolare la differenziazione tra interesse pedofilico e disturbo pedofilico.

Per dare un esempio di quello che rappresenta l’interesse pedofilico e il suo svilupparsi fino a dei limiti che suscitano senso di pericolo, il Dr. Tronconi presenta, con un’approfondita illustrazione dello svolgimento narrativo e dei commenti che esso ha suscitato, la situazione di “Morte a Venezia” di T.Mann. Qui vediamo, con tutta la suggestione delle capacità letterarie dell’autore, come il protagonista passi dalla seduzione estetica della bellezza del ragazzino Tadzio ad una fissazione oggettuale che si gli si impone in modo assoluto e totalitario, marginalizzando altri sentimenti e pensieri.

Esplode un dominio assoluto dell’oggetto d’amore che non lascia altri spazi.

Ma proprio tale totalitarismo susciterà delle controspinte di origine culturale che impediranno al protagonista il passaggio all’atto avente come oggetto l’unione alla figura amata.

Il Dr.Tronconi fa notare come l’idealizzazione estetica del bambino  dell’adolescente sia una caratterizzazione tipica di tutte le forme di pedofilia. Ma tale attenzione che non si limita all’affetto e alla tenerezza nei riguardi dei piccoli. Anche se giustificato sotto tali termini, diventa solo un paravento rispetto allo svilupparsi di un desiderio amoroso senza limiti.

Il contrasto tra il desiderio e le controspinte culturali legate alla vergogna, vengono risolte proprio da T.Mann, che chiaramente ha scritto o meglio confessato una propria problematica personale, attraverso la creazione artistica, cioè una sublimazione.

Il Dr.Tronconi fa presente, a questo punto, come in altre culture, sia quella classica che presso aborigeni, la pedofilia sia stata accettata ed anche considerata fase di passaggio dalla prepubertà alla pubertà. Ciò che non accade nella nostra cultura, dove si inibiscono in questa fase qualsiasi sollecitazione erotica.

Ora viene chiesto se la sollecitudine protettiva nei riguardi di bambini e ragazzini venga ad essere violata proprio dal fatto dell’asservimento al desiderio da parte del pedofilo. E questo , si afferma, diventa eclatante nei riguardi della pedofilia commessa da sacerdoti. Qui,quindi si apre un’ulteriore questione relativa cioè alla natura del meccanismo psichico in azione.

Il Dr.Tronconi a questo riguardo cita alcuno autori (Jaria e Caprio e lo stesso Kohut) per sottolineare la scissione del Sé che  è in atto e permette la coesistenza (ovviamente a ciclo alternato) con altre convinzioni morali, sociali ecc..

Ma c’è qualcosa d’altro e cioè la funzionalità del desiderio pedofilico nella illusione di un acquisto di una vitalità, quella infantile, per personalità povere e con senso di vuoto, che riconduce ad un bisogno frustrato di affetto e di protezione.

                                                                         (Dr.Giorgio Majorino-Psicologo Psicoterapeuta)

 

 

30 settembre 2016 - ore 21.15

L’esperienza detentiva e il contributo della polizia penitenziaria all’osservazione della personalità

 

Ispettore Antonio Sgaramella - Corpo di Polizia Penitenziaria (Pordenone)

 

In data 30 settembre 2016, presso la sede dell’Associazione Nuove Sinergie, l’Ispettore Antonio Sgaramella ha tenuto una conferenza dal titolo “L’esperienza detentiva e il contributo della Polizia Penitenziaria all’osservazione della personalità”.

La sua relazione è stata ricca di riferimenti normativi, scientifici ed esperienziali.

Credo che sia stata un’occasione “unica” nel suo genere, in quanto l’Associazione Nuove Sinergie ha avuto la forza e la determinazione di creare un contenitore in cui raccogliere e ritrovare esperienze professionali anche molto diverse tra loro, come quella di psicologi/psicoterapeuti e di un Ispettore di Polizia Penitenziaria. Questo incontro, infatti, ha dato la possibilità di parlare di reati sessuali ponendosi da una diversa prospettiva, stimolando in questo modo numerosi spunti di riflessione e dibattito.

Il mio report nasce dall’intento di condividere i contenuti principali esposti da Sgaramella, integrati da riflessioni personali e da conoscenze acquisite sul tema.

Partendo da alcuni dati statistici, si può evidenziare come ogni giorno, in Italia, più di tre autori di violenze sessuali o abusi su minori vengono portati in carcere. Dal mese di gennaio al mese di giugno 2016 sono entrate in carcere con l'accusa di violenze sessuali e abusi su minori 693 persone, di cui 400 italiani e 293 stranieri. 

In questo momento, gli autori di violenze sessuali su donne e minori detenuti sono 3.444, su 54mila reclusi. La maggior parte di loro sconta una pena definitiva, mentre in 369 sono in attesa di giudizio.

In linea generale, si può segnalare che la carcerazione per questi reati è mediamente breve, anche per quelli più gravi come la pedofilia. Infatti, in una ricerca pubblicata recentemente su "Diritto penale contemporaneo", Francesco Macrì ha analizzato 110 sentenze della Corte di Cassazione riguardanti gli autori di violenza sessuale su donne e minori, concludendo che emergono «rilevanti criticità» nella «discrezionalità giudiziaria in materia di commisurazione della pena». La pena media per chi abusa sessualmente di bambini con meno di 10 anni è risultata essere di 6 anni e 3 mesi. Una condanna, sostiene Macrì, «sicuramente insufficiente: dallo studio di tali sentenze emerge difatti che gran parte di tali abusi sono di natura penetrativa, e perpetrati spesso per anni; in aggiunta la metà circa dei colpevoli sono familiari della vittima, e nel 30 per cento dei casi il colpevole è il padre stesso». Alla luce di questi elementi ritiene «che un livello sanzionatorio medio congruo dovrebbe attestarsi sugli 8/9 anni di reclusione».

A livello legislativo, la Convenzione di Lanzarote del 2007 è un documento importante con il quale i paesi aderenti si impegnano a rafforzare la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale. Essa costituisce il primo strumento internazionale attraverso il quale gli abusi sessuali contro i minori diventano reati, compresi quelli che hanno luogo all’interno della famiglia. Inoltre sono stati introdotti due nuovi reati: l'istigazione a pratiche di pedofilia/pedo-pornografia e l'adescamento di minorenni attraverso il web (“grooming”).

L’Ispettore Sgaramella, partendo dalla sua esperienza professionale, ha poi illustrato l’attuale condizione del sistema carcerario, all’interno del quale si può osservare una discrepanza tra quanto espresso e richiesto dalla legge e quanto ciò sia realisticamente realizzabile nella quotidianità.

Un momento significativo per il principio del trattamento carcerario lo si ha con l’entrata in vigore della Legge del 26 luglio 1975 n° 354, e successiva Legge del 10 ottobre 1986 (Modifiche alla legge sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), con le quali si stabilisce che l’organizzazione carceraria debba rispondere al principio di umanizzazione della pena, garantendo il rispetto della personalità del detenuto e la tutela dei suoi diritti.

L’intento è di trasformare la detenzione in occasione per offrire un’opportunità di vita a coloro che ne sono deprivati. Il trattamento del detenuto deve essere di tipo rieducativo, tendente al reinserimento sociale, e individualizzato in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti. Per far questo è predisposta l’osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze fisio-psichiche, affettive, educative, sociali e le altre cause del disadattamento sociale. All’inizio l’osservazione è specificamente rivolta a desumerne elementi per la formulazione del programma individualizzato di trattamento. Nel corso del trattamento invece, l’osservazione è rivolta ad accertare, attraverso l’esame del comportamento del soggetto e delle modificazioni intervenute nella sua vita di relazione, le eventuali nuove esigenze che richiedono una variazione del programma di trattamento.

L’osservazione scientifica della personalità è curata da un’équipe che può avvalersi di esperti (professionisti esperti in psicologia, servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica). Gli interventi di ciascun operatore professionale o volontario devono contribuire alla realizzazione di una positiva atmosfera di relazioni umane e svolgersi in una prospettiva di interazione e di collaborazione. In tale direzione è chiamato ad operare anche il personale della Polizia Penitenziaria, in quanto la Riforma del 1990 ha affidato al Corpo di Polizia Penitenziaria, oltre ai tradizionali compiti di garanzia della legalità, dell’ordine e della sicurezza all’interno degli istituti penitenziari, anche quello della partecipazione al trattamento rieducativo dei condannati (rif. art. 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”), conferendo così al Corpo una specificità che lo contraddistingue dalle altre Forze di Polizia ad ordinamento civile e militare. Addentrandoci nel panorama delle Forze di Polizia è possibile evidenziare come, mentre il personale penitenziario è tenuto ad instaurare una relazione protratta temporalmente col detenuto, accogliendo sfoghi e racconti, richieste, proteste, grida di dolore, atteggiamenti oppositivi ed aggressivi, rappresentando in alcuni momenti le uniche persone presenti e capaci di intervenire in una specifica situazione, i militari dell’Arma dei Carabinieri, ad esempio, che intervengono su fenomeni delinquenziali localmente individuati, stabiliscono per primi lo stesso tipo di contatto con il reo, che ha però una durata limitata nel tempo. Infatti, ritengo che sia fondamentale per un Carabiniere analizzare le circostanze in cui si è consumato il reato, lo stato d’animo del soggetto, i suoi atteggiamenti nei confronti dell’accaduto e dei militari, al fine di poter comprendere come relazionarsi con la persona, quali azioni mettere in campo e soprattutto la procedura da attivare. Quando possibile, il militare deve essere in grado, in poche ore, di entrare in relazione col reo per favorire una condizione emotiva di tranquillità, che permetta di porre in sicurezza sia la persona che i militari stessi. Inoltre, possiamo pensare a quanto sia fondamentale per un Carabiniere, in situazioni di emergenza, mantenere un controllo su di sé, infatti a volte la natura dell’evento e/o la reazione della persona potrebbero stimolare un’azione impulsiva da parte del militare, che risulterebbe deleteria per la gestione della specifica circostanza e contraria al proprio Regolamento di disciplina militare. A tutto ciò, dobbiamo aggiungere la difficoltà che si può incontrare nel momento in cui il Carabiniere si ritrova nello stesso spazio-tempo con vittima e autore del reato, circostanza in cui occorre avere uno sguardo anche sulla vittima, al fine di metterla in sicurezza, trasmetterle un senso di protezione, aiutarla a comunicare e accompagnarla nella difficile scelta di denunciare ciò che ha subito (esempio: interventi in abitazione per violenze su donne).

Ricordiamo come a volte il militare sia costretto a prendere atto del rifiuto da parte del Pubblico Ministero di turno a procedere con l’arresto del reo, limitando la scelta ad una denuncia a piede libero, o ancora della scarcerazione della persona arrestata il giorno prima. Tutto questo può innescare emozioni contrastanti di amarezza, demoralizzazione, frustrazione e a volte anche di rabbia, sentendo su di sé il peso della responsabilità per la sicurezza dei cittadini.

Quando invece il suo intervento si conclude con la reclusione presso un istituto di pena, il militare accompagna la persona e l’affida agli operatori della Polizia Penitenziaria, che lo prendono in custodia. Da questo momento in poi comincia la vita in carcere, che come istituzione presenta due aspetti essenziali: uno riguarda gli elementi tipici e tradizionali, quali l’edificio chiuso, gli orari di vita e del lavoro, le regole comuni, lo staff dirigente e di custodia. Il secondo riguarda le modalità, la qualità e le tipologie con le quali opera l’istituzione stessa.

Durante la presentazione del materiale da parte dell’Ispettore Sgaramella, è stato possibile soffermarsi sulla vita all’interno del carcere, all’interno di un’istituzione totale, nella quale tutto è regolamentato, ogni cosa è programmata, richiede una sua procedura. Si mira ad ottenere un livello ottimale di custodia attraverso l’adeguamento dei detenuti a precise norme istituzionali interne. Il rischio di tutto ciò è la rinuncia all’autonomia personale e l’adeguamento completo.

Secondo Goffman le istituzioni totali distruggono il sè di una persona. L’individuo è costretto ad assumere un nuovo ruolo, quello dato dall’istituzione.

L’organizzazione all’interno di un carcere è complessa, vi sono infatti numerosi sottosistemi che interagiscono tra loro come la popolazione detenuta, il personale di custodia, il personale amministrativo, gli operatori penitenziari. Il tipo di interazione che si osserva è caratterizzato da un sistema piramidale, in un’unica direzione, dall’alto verso il basso. Si utilizza un’ottica lineare, dicotomica: giusto-sbagliato, bravo detenuto-cattivo detenuto, controllori-controllati, superiore-inferiore. Attraverso il controllo si cerca di realizzare l’adeguamento al carcere, che finisce col coinvolgere anche gli operatori penitenziari.

Donald Clemmer adopera un termine particolare: “prisonizzazione” che significa “l’assunzione in grado minore o maggiore delle abitudini, degli usi, dei costumi e della cultura prevalente della prigione”. E' stata messa in evidenza l’esistenza di una dimensione autonoma, definita appunto “cultura detentiva”. Il carcere è organizzato con criteri di efficienza per raggiungere l’obiettivo del massimo controllo e della sicurezza; ma la legislazione vuole anche il carcere come luogo di negoziazione, dove si devono promuovere le relazioni fra i diversi sistemi interni ed esterni. Purtroppo però questo non è sempre facile da realizzare.

Ecco che gli operatori della Polizia Penitenziaria sono sempre più coinvolti nella gestione dei detenuti, a loro vengono chieste informazioni sui comportamenti dei carcerati e sono considerati responsabili per le loro vite, infatti in caso di suicidio di un detenuto si procede con l’indagine sul personale penitenziario. Questo ci può far comprendere il livello di stress, di tensione e di disagio a cui gli operatori della Polizia Penitenziaria sono quotidianamente sottoposti. Le regole e la vita del carcere per alcuni di loro possono diventare difficili da tollerare, innescando vissuti di carcerazione e privazione dei propri spazi vitali, sviluppando alcuni sintomi da stress lavoro-correlato, registrandosi così alte percentuali di assenze dal lavoro, dipendenza da alcol, gioco d’azzardo, malessere psicofisico, alto tasso di suicidi.

Purtroppo l’istituzione è percepita dal personale della Polizia Penitenziaria come molto lontana, a volte assente. Si ricevono degli ordini ma poi si è lasciati soli nell’esecuzione. Il vissuto di abbandono e solitudine è percepito soprattutto nella gestione della relazione con i detenuti e delle emozioni innescate negli operatori. Si sente infatti il bisogno di avere un’Amministrazione attenta alle esigenze e al benessere psico-fisico dei propri dipendenti. Pur essendoci in alcune occasioni dei progetti per il personale penitenziario, questi sono percepiti come insufficienti per accogliere e trattare i loro bisogni. Si sente la mancanza di uno spazio, di un contenitore in cui portare i propri vissuti, pensieri, emozioni legati alla vita e al lavoro del carcere, in cui poter condividere ed elaborare anche avvenimenti drammatici come la morte per suicidio di un collega o di un detenuto. Qui c’è il vuoto dell’istituzione, e allora ci si chiede il perché di questa mancanza, il perché dell’assenza di un supporto al personale. Si potrebbe pensare a motivazioni di natura economica, ma se guardiamo all’alta percentuale di assenze dal lavoro, di ore di malattia, di casi di burnout forse ci rendiamo conto che il non prevedere un aiuto specialistico alimenta le spese che l’Amministrazione deve sostenere per far fronte quotidianamente alle carenze di prestazione dei propri dipendenti. E allora perché? Forse l’istituzione carceraria teme di diventare troppo “umana”? Ma non è proprio questo il principio che dovrebbe muovere l’azione giudiziaria e penitenziaria? Non si parla sempre più spesso di umanizzazione del carcere? Ma anche: nell’opportunità di rivolgersi ad uno specialista, quanti operatori della Polizia Penitenziaria sarebbero disposti a farlo e quanti invece avrebbero paura di avere delle ripercussioni sul proprio lavoro? 

Questo infatti è un altro aspetto importante da prendere in esame, vale a dire la difficoltà per una persona che appartiene ad un “Corpo”, che indossa una divisa, che è chiamata a proteggere i cittadini, a prendere contatto con le parti di sé più fragili e a formulare una domanda di aiuto. La divisa ha un’importante funzione, perchè permette il riconoscimento dell’appartenenza ad un Ente e l’attribuzione così di un ruolo specifico. La divisa comporta dei doveri per chi la indossa, ad esempio di tipo morale, in quanto la persona è tenuta a mantenere un determinato atteggiamento e comportamento, a conservare il decoro necessario per non sminuire l'importanza delle funzioni ricoperte. Possiamo pensare, ad esempio, a come la nascita dell’Arma dei Carabinieri sia legata ad un bisogno profondo e concreto, denso di valori antichi. L’ordine e il desiderio di protezione hanno sempre accompagnato le grandi civiltà. Fin dall’inizio l’Arma dei Carabinieri si è presentata come una struttura articolata, disciplinata, dove uniformi, fregi ed alamari non sono solo elementi decorativi, ma servono ad indicare il ruolo assunto da chi li indossa all’interno della gerarchia militare.

L’agente di Polizia Penitenziaria o il Carabiniere, nel momento in cui intervengono indossando la propria divisa, rappresentano prima di tutto il Corpo a cui appartengono e i valori che lo animano. La divisa permette un riconoscimento immediato ed anche una differenziazione, basti pensare al mondo carcerario in cui essa è un segno distintivo per coloro che si muovono all’interno di quella realtà. A volte però accade di dover gestire ostilità, attacchi, conflittualità agiti dagli altri proprio in funzione di ciò che quella divisa rappresenta. Ad esempio, si può aggredire un Carabiniere perché in quel momento si vuole contestare la legge, lo Stato, etc. Naturalmente non si deve dimenticare che quelle divise ricoprono il corpo di una persona, di un uomo o di una donna, con la propria storia, la propria sensibilità. La qualità del proprio operato, delle proprie scelte dipenderà non solo dall’avere una divisa ma anche, e direi soprattutto, dal modo in cui si sarà capaci di dare un’anima a quella divisa, rendendo il proprio agire distintivo in quanto realizzato da quello specifico militare, da quell’agente e non da un altro.

E’ quindi fondamentale rivolgersi alla persona, infatti se guardiamo gli alti tassi di suicidio non solo tra i detenuti ma anche tra chi lavora in carcere ci si accorge di quanto sia necessario pensare ad una via per uscire da questa spirale, e credo che sia proprio quella del lavorare sull’affettività e sulla vita di relazione. Ecco allora che mi risuonano le parole di Vittorino Andreoli, il quale afferma: “Il carcere lo si descrive, di solito, come struttura abitativa, con tanti posti, tanti ospiti, con una direzione ampia o sacrificata, con o senza palestra, ebbene bisogna aggiungere una descrizione che veda il carcere come una rete di relazioni umane, come labirinto dei sentimenti. E allora i personaggi non sono i locali e le sale, ma gli uomini e donne che girano, che vivono, che sono prima di tutto persone con una storia e con dei bisogni psicologici. Una rete i cui nodi sono dati dai detenuti, dagli agenti, dalle figure professionali, gli operatori, che vanno dal medico agli assistenti sociali, a personaggi speciali come il cappellano.

Una città in cui vengono ed escono parenti, magistrati, periti. Un luogo della colpa ma anche dei sogni e dei progetti […] Se ciascuno entrando in una istituzione carceraria pensasse in termini di affetti e di emozioni, il carcere rimedierebbe a molti dei suoi limiti […] Mi sono occupato di casi estremi, di delitti orribili, eppure ho incontrato sempre uomini, e uomini capaci anche di gesti di grande sensibilità […] Ho trovato dentro i casi estremi dei sentimenti straordinari che mi hanno convinto che ogni uomo in carcere deve esser aiutato a ritornare nella società per dare tutto quanto è in grado di dare. Il carcere luogo dei sentimenti del detenuto, ma anche luogo dei sentimenti delle guardie che qui passano ore e ore. Non conoscono per lo più le storie giudiziarie, ma molti di loro sanno, a perfezione, i bisogni affettivi di quegli uomini che essi stessi chiudono dentro le "gabbie" della pena.

Bisogna cominciare a guardare agli agenti penitenziari come "sentimenti in divisa" […]

Sono triste quando lascio un carcere. Penso ai due sentimenti che dominano con particolare vigore in questa città: la speranza e l'odio. In carcere ho capito quanta forza abbia anche la speranza: si erge contro ogni considerazione ragionevole, su ogni articolo di legge, sulla storia che sembra chiusa dentro decisioni "passate in giudicato" […] Qui la speranza trova tutta la sua dignità: poiché è la forza che permette di vivere anche quando si è morti, che ti dà la possibilità di vedere fuori dalla finestra anche quando è ermeticamente chiusa […] C'è poi l'odio, la percezione di aver subito ingiustizia e di non meritarla. È diffuso l'odio per una pena eccessiva, per non aver ottenuto sconti che si pensa di aver meritato, per delle differenziazioni che appaiono ingiuste […] L'odio per il mondo e per se stessi.

Ma l'odio si alterna alla speranza e all'attesa che si realizzi l'impossibile che qualche volta, come nelle favole, succede.

Il carcere visto attraverso i sentimenti è un mondo ricco, esasperato, esasperatamente umano”.

All’interno di questo mondo c’è un reparto “protetto” in cui si trovano i sex offender, vale a dire i detenuti colpevoli di reati sessuali. Essi costituiscono una categoria eterogenea che può essere suddivisa in diverse tipologie in base alle caratteristiche e alle motivazioni. La distinzione più significativa si ha tra stupratori e pedofili; ci sono poi le violenze inflitte da donne, quelle inflitte da giovani adolescenti e i molestatori telematici. I sex offender vivono separati da tutti gli altri reclusi, considerati dalla subcultura del carcere come “gli infami”, autori di reati valutati come più gravi di qualunque omicidio o atto criminoso. Un’eccezione in Italia è rappresentata dalla Casa di Reclusione di Milano-Bollate, all’interno dell’Unità di trattamento intensificato, dove nel 2005 è stato creato il primo progetto di trattamento per autori di reati sessuali. È stato costituito un “campo trattamentale”, al quale i detenuti hanno accesso dopo aver fatto richiesta personale di adesione e aver superato la selezione da parte dell’équipe, che ha valutato l’effettiva trattabilità degli stessi. Il lavoro con i detenuti sex offender si basa su colloqui individuali e sulla terapia di gruppo, centrando il lavoro sul riconoscimento del reato, in quanto ciò che pervade il sex offender è proprio la negazione di ciò che ha commesso. Scopo principale di tale intervento è la prevenzione della recidiva, ed una parte integrante del progetto prevede, in una fase successiva, il trasferimento dei sex offender trattati nei reparti comuni.

Nella sua conferenza, l’Ispettore Sgaramella ha presentato anche due casi, che hanno contribuito ad alimentare il dibattito. Ad esempio, ci si è soffermati sul reato di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, sulla distinzione tra il pedofilo e colui che agisce una violenza.

Come proposto dal dott. Tronconi, in riferimento alla sua conferenza “Il disturbo pedofilico”, alcune ricerche dimostrano che le attività esclusivamente pedofiliche non hanno connotazioni di violenza fisica. Il pedofilo sente dentro di sé la tenerezza per il bambino che si confonde con l’attrazione. “La seduzione, l’atteggiamento di tenerezza e comprensione possono mescolarsi a modalità più pressanti, sul filo dell’inganno e della violenza psicologica, quasi mai attraverso l’aggressione o la costrizione fisica”.

Nel panorama scientifico c’è una complessa discussione riguardante l’effetto prodotto dalla visione di filmati pedopornografici, vale a dire che secondo alcuni questo materiale solleciterebbe ed incentiverebbe il passaggio all’azione, mentre per altri, nell’80% dei casi, chi si limita al pedoporno non agisce violenza. Naturalmente questo è un tema che sollecita molti interrogativi, che scuote le coscienze, che ci ricorda quanto sia differente il piano penale da quello clinico. Il discorso clinico è infatti controverso, pone delle questioni per le quali occorre un’analisi attenta e profonda.

Ecco quindi che torna alla mente la parola “oscurità” presente nel titolo del ciclo di conferenze organizzato dall’Associazione “Nuove Sinergie”. La pedofilia è una zona di confine dove i comportamenti di abuso sono mischiati, confusi, spesso intrecciati ad altri, magari di cura, accudimento, amore. Il fenomeno è complesso, “oscuro”, in quanto non di facile comprensibilità, e costringe il clinico, o qualunque altro operatore che si avvicina a questo tema, ad addentrarsi nell’oscurità della vita psichica di queste persone, a tollerare l’incertezza, la non chiarezza di ciò che osserva così come le forti emozioni, a volte contrastanti, che una tale questione sollecita in ognuno di noi.  

 

 

(Dott.Eleonora Sasso-Psicologa Psicoterapeuta)

 

 

 4 ottobre 2016 - ore 21.15

 

Perseo e il movimento dei coralli: esperienza in un gruppo di detenuti pedofili 

 

Dott.ssa Cristina Meneguzzi - Dirigente Medico SOC Dipendenze Pordenone,  Psicoterapeuta IIPG

 

L’ esperienza clinica riportata in questa conferenza riguarda un gruppo specializzato condotto con detenuti  condannati per pedofilia o violenza sessuale  della sezione “protetti” presso  la Casa Circondariale locale di una piccola cittadina di provincia del nord Italia . A differenza di istituti di pena più grandi ,  destinati ai detenuti già giudicati e ivi collocati per scontare pene definitive e molto spesso lunghe, la piccola casa circondariale ( 60 detenuti - circa 50 agenti) rimane un luogo “di appoggio” per persone arrestate e spesso non ancora definitivamente condannate,  il che implica, ai fini del setting gruppale, una maggiore probabilità di turnover dei partecipanti. Il primo aspetto preso in considerazione è proprio il legame tra il gruppo e l’istituzione , in tutte le fasi del suo sviluppo, dal  momento fondativo  fino alla sua conclusione. Ciò che viene messo in luce è l’intricato intreccio tra le caratteristiche, la gestione, il clima psichico dell’istituzione e le vicende del gruppo e del suo terapeuta. L’ambiente raccolto della  casa circondariale rimanda al clima di una comunità terapeutica a porte chiuse, ma si rende ben presto evidente che a una dimensione di maggiore familiarità si affianca anche un maggiore controllo, come se  le dimensioni piccole dell’ istituto penitenziario amplificassero le sovrapposizioni di piani, fra custodia e giudizio, accoglienza e controllo, con evidenti ricadute sulla vita di utenti e operatori. Anche il controtransfert del terapeuta coglie una esasperazione del  contrasto fra protezione da un lato e controllo invasivo e persecutorio dall’altro.  L’istituzione forte  ospita e contiene il gruppo tanto quanto intrude nel setting del terapeuta. Ciò si è declinato per esempio nella proposta di tenere il gruppo nei locali della chiesa con la partecipazione   del prete in qualità di co-conduttore o osservatore  oppure la presenza di personale di vigilanza durante le sedute ecc . Grazie all’interiorizzazione del proprio modello teorico e al sostegno della supervisione, il gruppo “parte” e  cerca di “far fronte” a le tante difficoltà legate alle caratteristiche proprie della pedofilia.Mentre molte altre parafilie (travestitismo, esibizionismo) possono dare adito nell’Altro a un senso di estraneità, talora di ridicolo e ilarità, la reazione univocamente innescata dal tema della pedofilia è quella dell’orrore, il disprezzo, l’obbrobrio, nella gente comune così come in molti professionisti psicoterapeuti.Anche la Psichiatria si è mantenuta relativamente estranea all’argomento,   occupandosene in un contesto quasi esclusivamente criminologico, e solo più recentemente  di cura, così come il patrimonio esperienziale e culturale psicoanalitico su questo tema  è stato fino a tempi recenti piuttosto sottile  (Bleger, Gabbard). L’argomento trova  nella comunità dei professionisti una frequente resistenza : la pedofilia è un reato pesante, che fa rabbrividire.  E se è pure vero che  qualcuno  dovrebbe  occuparsi di questi pazienti, è anche vero che occuparsene significa correre il rischio,  di assistere a un attacco aggressivo rivolto  non tanto al terapeuta o al suo lavoro, ma alla perversione che in quel momento egli rappresenta. Occuparsi di pedofilia sembra sgradevole, anche e soprattutto perché chiama necessariamente in campo una  scissione fra il rifiuto, il giudizio, il senso di orrore da un lato e il tentativo di stare in una dimensione che consente di contattare spaventose  fantasie perverse e vojeuristiche, che espone il terapeuta al terrore di essere contagiato.A questo proposito, Goldberg individua nella scissione, insieme alla sessualizzazione, le due caratteristiche principali della perversione: in questo senso, mi sembra che il terapeuta si faccia contagiare  da una vergogna scissa, che i pazienti non possono provare,  perché prendersi cura di un gruppo di persone violente significa anche “sporcarsi” della loro colpa e farsi carico della scissione massiccia operante nell’istituzione e  nella società .  E’ la vergogna del terapeuta che si fa sedurre e incuriosire dall’obbrobrio, entrando in una risonanza perversa e inquietante   necessaria per potersi accostare a questo tipo di pazienti. Gillespie,  riprendendo la teoria monopulsionale freudiana, prospetta che la perversione sessuale adulta si basi sugli stessi elementi che costituiscono la sessualità infantile: la perversione sarebbe infatti la difesa dall’angoscia di castrazione, che non permette di superare il complesso edipico. Ne consegue una regressione della libido alla fase pregenitale, maggiormente sadica. Nella perversione l’Io accetta sia la pulsione primitiva che la difesa, concedendo loro una circoscritta via di uscita, ma questo compromesso è raggiunto al prezzo di una scissione permanente dell’Io e di un diniego parziale della realtà.Questo diniego di realtà è spesso testimoniato dai conduttori di gruppi con autori di reati sessuali, che riferiscono costantemente l’esperienza di  una iniziale irremovibile negazione del reato da parte degli autori, negazione che si esplica nel non riconoscersi  come autori del reato, oppure nel negare il significato violento dell’atto  che hanno compiuto. Queste tematiche “occupano “il gruppo ,  creando faticosi vissuti controtransferali nel terapeuta che ben si rappresentano in un suo sogno fatto  nella notte successiva  alla seconda seduta del gruppo, allorquando ha sognato di trovarsi in mezzo a una laguna, seduta su un piccolo scoglio, circondata  da diversi altri piccoli scogli, sui quali si trovavano dei lupi neri, a piccoli gruppi, con la bava alla bocca,  in attesa di poterla attaccare. Interessante come nel linguaggio comune spesso i pedofili vengono apostrofati come “i lupi”.È proprio nell’affrontare l’aspetto del controtrasfert nel lavoro con il gruppo che Cristina Meneguzzi offre con generosità spunti preziosi che durante la conferenza animano un corposo dibattitto, in quanto sembrano profondamente legati alla storia del gruppo e alla sua conclusione.I massicci meccanismi di diniego si traducono in continui attacchi rivolti al setting e alla funzione pensante della terapeuta (dai pazienti e dall’istituzione stessa). L’impressione è che siano volti a impedire la possibilità di poter “guardare” il significato sessuale dei loro atti.Attraverso espressioni del tipo: “mi rendevo conto di farlo, ma non mi rendevo conto della gravità”; il gruppo sembra dire che solo attraverso l’ingresso dell’elemento terzo è stato possibile costruire un’immagine interna e con essa la comparsa di un Super-Io. Entrando in contatto con una vicenda, quella dell’erotizzazione, che non riguarda mai solo il bambino ma anche l’adulto, la proibizione mette inevitabilmente in campo il desiderio e il desiderio appartiene anche all’adulto. Attraverso questi passaggi sembra che il gruppo inizi a confrontarsi con la vera funzione terza che è la funzione del pensiero, andando oltre la cortina fumogena esercitata dalla negazione. Il gruppo parla di tenerezza, amore, accudimento, confusi con la sessualità: parlano di bambini che non sono innocenti, ma che non sanno di non esserlo, ed è la loro inconsapevolezza a renderli innocenti, di bambini che provano a sedurre l’adulto e che possono anche essere eccitanti,  in questo gruppo emerge come  l’adulto non è riuscito a dare il limite, a rifiutare l’amore sessuale. Peraltro queste vicende hanno suggerito anche una riflessione sul contesto in cui il reato si consuma, a suggerire quasi una forma di complicità perversa e muta che  esiste e si muove anche nella famiglia o nell’ambiente sociale di appartenenza,  che il pedofilo fa “emergere” attraverso un azione che la concretizza.La  sensazione costante nel corso del lavoro è  quella di doversi confrontare con pazienti  estremamente provocatori e seduttivi, ma che agiscono  una seduttività ambigua, carica anche di pericolo. La messa in scena dell’attrazione porta in sé anche l’avviso di non avvicinarsi troppo, perché il contatto può fare male: i loro racconti assumono a tratti tinte provocatorie,  come un invito a chi ascolta  a entrare nel gioco perverso. Il terapeuta si trova a dover così governare al proprio interno il gioco fra non mostrare troppa paura, perché questo li ecciterebbe e spaventerebbe, ma nemmeno troppa sicurezza, perché entrerebbero in competizione  sui temi della perversione.La conduzione del gruppo era entrata ad un certo punto in  una fase di particolare  difficoltà, dove sembrava che il  paradosso fra   mostrare e nascondere la paura, risultasse quasi paralizzante e un ulteriore modo attraverso cui il gruppo tentava di depotenziare o annullare il pensiero della terapeuta, seducendolo o usandolo come Super-Io. Il passaggio successivo è stato rappresentato dalla scoperta che nei confronti di questi pazienti era possibile provare anche un sentimento di tenerezza, e che forse questa tenerezza poteva diventare l'unica via di uscita da questa empasse sulla gestione della paura. il gruppo comincia a portare racconti traumatici, parla di attacchi di panico che si scatenano generalmente nella situazione di solitudine. Altri raccontavano di essere stati adottati, e del pensiero drammatico di non essere stati voluti dai propri genitori. Attraverso racconti di tradimenti sotto effetto dell’alcol, di bambini abusati e/o erotizzati, e di madri assenti, il gruppo evoca   un sentimento di  profonda sfiducia nel mondo materno,  chiedendo fin dalle prime sedute al proprio conduttore donna se ci si può fidare di portare i propri racconti, e se ella avesse saputo mantenere il segreto “come la  mamma dovrebbe fare”, quindi in fondo ponendo l’interrogativo se  questo gruppo, dal contenitore ancora tanto fragile, avrebbe potuto sopportare  pensieri tanto pesanti.  La fantasia che  quanto detto potesse uscire dalla stanza, ed essere usato contro di loro, e il timore di essere giudicati alludevano a un gruppo che cerca e contemporaneamente teme di arrivare a un giudizio o idea definitiva su se stessi. Il tema della colpa e del giudizio diventano sempre più presenti.Dal momento che la legge ha già condannato le loro azioni, si pone il problema di come poter parlare del desiderio, dal momento che esso transita costantemente anche attraverso i sensi di colpa, e se anche il desiderio vada condannato. I pensieri sulla colpa appaiono molto dolorosi. La funzione gruppale di pensiero avvicina un dolore difficile da sopportare e il suo contagio si concretizza attraverso  racconti  sulla  sieropositività, alle soglie del fine-pena. Il gruppo parla del timore di un  desiderio che ci sarebbe ancora, che potrebbe tornare ad agire. Nel dramma fra l’onnipotenza e il giudizio, i membri del gruppo si chiedono se chi uscirà dal carcere ripeterà il reato sessuale, criticano la società che li rinchiude in una istituzione a cui non riconoscono alcuna istanza riabilitativa o rieducativa. Eppure sembra che il carcere, per quanto inutile, sia l’unico possibile luogo per loro. L’impressione è che una volta liberate le pulsioni, perdendone il controllo, l’unica possibilità sia quella di ricostituire una gabbia obbligatoria.   L’ultima seduta prima della pausa estiva, l’incipit fu sorprendente: essendosi presentata, in un pomeriggio torrido, vestita di lino bianco e indossando una collana e un bracciale di coralli, Il gruppo, con tono di disappunto, gli rimproverò “di portare addosso i coralli”. Gli   spiegarono poi che “i coralli rimangono fermi per tutta la vita. E quando iniziano a muoversi significa che stanno per morire”. Forse i movimenti gruppali stavano veicolando il desiderio della fine delle sedute. In quel momento la terapeuta ha la sensazione che  a settembre probabilmente non ci sarebbe stata una ripresa degli incontri.  Il gruppo parlava del terrore di morire, perché si era “mosso”. Forse il funzionamento scisso era per loro l’unico possibile, e attraverso la richiesta “di non portarli addosso”, chiedevano l’immobilità di pensiero. La loro seduttività si traduceva nel bisogno di proiettare dentro la terapeuta solo le parti buone. Attraverso il gruppo era diventato invece possibile iniziare ad allontanarsi dalla scissione, iniziare a elaborare il dolore. Lo scostamento anche iniziale dalla posizione schizo-paranoide era stato evidentemente intollerabile.Sembra che la funzione pensante, rappresentata dal terapeuta,  possa solo provare ad avvicinarsi e guardare, con grande cautela, questo mondo.Si ripropone così la questione di un pensiero sospeso, e soprattutto di una consapevolezza che può rimanere solo “galleggiante” , che accomuna molte persone imprigionate per avere compiuto un reato, e forse nel gruppo assume il significato di un’ultima, disperata, difesa,  in relazione all’obbrobriosità dell’atto  pedofilo.Un gesto forzoso e maldestro di portare il galleggiante verso il fondo potrebbe andare incontro all’apocalisse psichica per il paziente, per il gruppo e per il terapeuta. Ma questa consapevolezza rischia di lasciare nel terapeuta un senso di forte disagio e impotenza; dopo la fine dell’incontro, sembrava che questa modalità di conclusione delle sedute fosse la messa in scena di non essere accettati dalla società per essere stato condannato come autore di reato sessuale, quindi non riuscendo ad avere relazioni e ritrovare un lavoro.Alla vigilia di quella che poi si rivelò  una rottura traumatica, riedizione del trauma del reato e della carcerazione.

Questo gruppo si è effettivamente concluso per motivi istituzionali, legati al trasferimento di alcune persone e all’uscita per fine-pena di altre. Ciononostante, la terapeuta andando a verificare se davvero i coralli stiano fermi tutta la vita e si muovano solo in procinto di morire ne scopre un'altra: nella mitologia (Ovidio, Metamorfosi) quando Perseo tagliò la testa a Medusa, il suo sangue, a contatto con l'acqua del mare , si pietrificò diventando corallo.

Questo la fa pensare che per potersi relazionare con questi pazienti, non ha potuto guardarli in faccia per i mostri che sono, pena pietrificarsi dall'orrore, bensì  ha potuto guardarli solo attraverso l'immagine riflessa, che era un' immagine di tenerezza.

I coralli portati al collo erano forse il trofeo di sangue che Perseo si è messo addosso dopo la vittoria sulla Medusa? Questo spiegherebbe la sensazione che ha avuto quando il gruppo gli ha fatto notare i suoi coralli si chiede la terapeuta.

Forse nella specularità tipica della relazione perversa, nemmeno loro hanno potuto guardarla in faccia dal momento che rappresenta la funzione terapeutica pensante  e solo  attraverso l'immagine riflessa di tenerezza ("che buffa che sei..attenti che si spaventa..") hanno potuto "tagliargli la testa", cioè  chiudere il gruppo.

 

                                                                  ( Dott.Maria Rosa Parello- Psicologa Psicoterapeuta)

 

 

4  novembre 2016 - ore 21.15

Casistica psichiatrico-forense in tema di abuso ai minori 

Dott. Franco Martelli Psichiatra forense, Perito del Tribunale di Milano

 

Il dott. Martelli vuole subito chiarire la differenza tra diagnosi psichiatrica-forense e diagnosi clinica.Il periziando non arriva quasi mai spontaneamente dallo psichiatra per avere commesso un abuso sessuale: è sempre inviato dal giudice. Se ne deduce che il lavoro del perito non è duale tra lui e il periziando, ma sullo sfondo c’è una terza persona, il giudice.Inoltre il perito non si allea, come il terapeuta, con il periziando, ma gli sta di fronte, attento a cogliere gli eventuali segni di falsità, perché è evidente che il cliente cerca un vantaggio legale durante la perizia.Infatti il contesto psichiatrico-forense ha come scopo decidere in quale costellazione psicologica o psichiatrica rientri il soggetto della violenza sessuale.Disturbo della personalità, parafilia, psicosi, insufficienza mentale o la cosiddetta normalità: e dalla diagnosi dipende il futuro del periziando che va da una riduzione della libertà alla reclusione.Il perito si colloca a livello dell’Io: l’inconscio non entra nella sua visuale, perché al giudice non interessa. Il dott. Martelli, pressato dalle domande di tipo psicoanalitico, ribadisce più volte che non è compito del perito indagare negli strati profondi della personalità. A lui interessano i comportamenti anti-giuridici messi in atto che verranno sottoposti a una diagnosi psichiatrica.Vengono riportate tre storie peritali, che si differenziano, come già esposto prima, dalle storie cliniche.

Primo caso: la signora B

Interessante per le riflessioni sui rapporti tra Disturbo post-traumatico da stress e violenza.La signora B, di circa 35 anni, viene all’incontro peritale, perché vittima qualche anno prima di molestie telefoniche da parte di uno zio, imputato di tale reato. Quindi si trattava di valutare il danno psichico subito dalla signora dalla condotta anti-giuridica dello zio.La signora B, da piccola aveva subito per vario tempo molestie sessuali pesanti da parte del succitato zio, a cui era affidata durante il pomeriggio, mentre i genitori lavoravano.Si trattò dunque di un trauma ripetuto di duplice natura, sessuale e relazionale.Sul finire delle elementari la bambina confidò alla madre quello che lo zio le faceva: dapprima la mamma non le credette: poi si aprì un’indagine penale e lo zio fu riconosciuto colpevole.Ma la famiglia della signora B non interruppe i rapporti con lo zio, una volta scontata la pena.La signora B da adolescente e poi da giovane donna sviluppò una serie di sintomi post-traumatici: difficoltà di concentrazione, accessi di ansia immotivata, difficoltà di relazione. Soprattutto si sviluppò una sintomatologia ossessiva connessa all’igiene personale.Terapie psicologiche e farmacologiche attuate per anni attenuarono, ma non eliminarono la sintomatologia.La terapia, però,consenti alla signora di provare affetto e fiducia nei confronti di un ragazzo che sposò. La coppia ebbe una bambina. Dopo la nascita la signora confidò alla psicologa che le sue ossessioni si erano acuite e che lei aveva sempre paura di far male alla figlia e di “fare a mia figlia quello che è stato fatto a me”.Quando la bambina ebbe due anni, la signora ricevette una telefonata dal famoso zio che le ricordò gli approcci dell’infanzia, rammaricandosi di non avere “finito il lavoro con lei”.Lo stesso giorno la signora riferisce al marito di avere toccato e maneggiato la bambina, mentre la lavava, con intento, modi e pulsioni sessualizzati.

Leggendo il comportamento della signora B come l’esito del meccanismo difensivo dell’identificazione con l’aggressore si può ritenere che sia avvenuta nella signora una scissione all’epoca del trauma: una parte di lei era la vittima, una parte, scissa, si identificava con l’aggressore. La telefonata ha riattivato la parte scissa che ha preso il controllo dell’Io e del comportamento, inducendo la periziata a un atto violento nei riguardi della sua bambina, come risposta impulsiva di fronte alla risperimentazione del trauma vissuto.Il dott. Tronconi commenta che questo è un comportamento pedofilico da parte di una donna. Negli incontri precedenti si era sottolineato che i casi di pedofilia avevano sempre come attori degli uomini. Non si è mai parlato di casi di pedofilia femminile, come se l’immagine femminile dovesse essere tutelata da impulsi erotici nei riguardi dei bambini che sono oggetto di accudimento e di protezione.

SECONDO CASO: Il signor T

Si tratta di un giovane di circa 25 anni, imputato di essersi procurato ed essere in possesso dimateriale pornografico riguardante adolescenti e di avere utilizzato un adolescente per realizzare foto e filmati che ritraevano atti sessuali.Egli aveva inoltre portato a casa un bambino di 10 anni, incontrato ai giardinetti, a cui aveva fatto foto di contenuto sessuale. Aveva anche confidato al bambino di possedere una bomba e una pistola storiche.I Carabinieri contattati dalla madre del bambino, durante la perquisizione in casa di T trovano numerose foto di adolescenti e bambini nudi e seminudi e foto di materiale bellico della prima Guerra mondiale, materiale che il signor T dice candidamente di conservare in una sua casa di campagna.Dalla storia emerge che a 13 anni fu ritenuto un bambino psicotico. A 14 anni isolamento, difficoltà scolastiche. Consigliata terapia che non fu attuata. Bocciato in prima media fu mandato in collegio, da dove rientrò presto a casa perché non mangiava.Il padre aveva lasciato la moglie quando T era un bambino: scarsi rapporti con lui.A 15 anni interrompe gli studi; esce raramente, non ha amici. Sviluppa una fantasia di avere un gemello con cui convivere senza fare nulla .Solo stare insieme. L’unica esperienza di lavoro dura 15 giorni.Verso i 22 anni comincia ad avvertire attrazione per il materiale pedopornografico, in particolare per gli adolescenti tra i 12 e i 15 anni. Ma non gli interessava fare del sesso: era interessato all’aspetto estetico. Voleva proteggere i ragazzini; sentiva per loro  un “senso paternale”. Non si riteneva un pedofilo. In casa avvertiva strane presenze: globi luminosi che lo guidavano a dare un senso alla propria vita.All’esame psichico risulta un’intelligenza con un Q.I. piuttosto elevato, ma con contenuti di pensiero infantili. Non ha deliri strutturati, ma pensieri bizzarri, insoliti, magici, con scarsa capacità critica e con un blocco emotivo. Ha un’affettività ridotta, rigida, inappropriata ai contesti. Per questi elementi è stata fatta una diagnosi di disturbo schizotipico.La schizotimia di T è una porta d’ingresso al comportamento pedofilico; ma esiste una scissione tra senso paternale e bisogno di condivisione infantile che porta ad alterazioni cognitive con inconsapevolezza di reato.

TERZO CASO: Daniele di anni 17

Il dott. Martelli vede Daniele in carcere per cinque colloqui. E’ un ragazzo che fa fatica a parlare di sé: dice di non ricordare nulla dei suoi primi dieci anni. Con sua madre parla moltissimo, mentre con il padre ha scarse relazioni. Ha un fratello più piccolo di 6/7 anni.Non studia, nessuno in famiglia si occupa di lui: lascia la scuola prima di finire la terza media.E’ un ragazzo solitario, timido, pensa di non piacere. A 14 anni ha una relazione con un coetaneo, durata un anno. Ci sono stati incontri, qualche toccamento: si cercavano con gli occhi.Da questa storia nacque in Daniele l’idea di essere omosessuale, perché quando l’amico iniziò una relazione con una coetanea, lui continuava a pensare all’amico. Il pensiero divenne ossessivo: passava giornate intere a girovagare in motorino. Lasciò il lavoro, senza nessuna obiezione da parte dei genitori: pensò anche di andare a vivere da solo.A 16 scrive un biglietto alla madre in cui comunicava che se ne andava di casa per sempre, perché non poteva più vivere con l’angoscia di essere omosessuale. Ritornò a casa e la madre commentò “Non è possibile che tu sia omosessuale”. Il desiderio impossibile divenne dominante, così come la fantasia di contatto corporeo, conflinggenti con il dubbio creato dalle parole della madre.

Poi accadde un fatto nuovo: la madre passava molto tempo con la famiglia dei vicini rumeni che avevano due bambini. Daniele era molto irritato da queste assenze della madre e nello stesso tempo cominciava a provare delle emozioni per il bambino rumeno che veniva a giocare con il fratellino.Un giorno Daniele invitò il bambino rumeno a fare un giro con lui sul motorino, lo portò in un bosco, gli toccò i genitali: il bambino si mese a piangere e scappò via. Daniele spaventato che potesse raccontare alla propria madre quello che era successo, lo rincorse e gli mise le mani intorno al collo fino a strangolarlo. “Non credevo che potevo uccidere”. Tornò a casa senza dire nulla. Il giorno dopo da una cabina telefonica si autodenuncia alla polizia.La diagnosi del dott. Martelli vede nella rottura del contenitore materno la causa di un sgretolamento affettivo e compromissione di autocontrollo in un contesto di immaturità adolescenziale.

 

                                                                                  ( dott. Clara Crespi-Psicologa Psicoterapeuta)

 

7 aprile 2017 ore 21

La presa  in carico  degli autori di reati sessuali su minori: un modello clinico integrato.

Dott. Giulini Criminologo clinico ,  responsabile dell'Unità di trattamento Intensificato per autori di reati sessuali presso  la Casa di Reclusione di Milano Bollate

 

In occasione del proseguimento degli incontri sul tema : La pedofilia e l'oscurità del desiderio , il Dott. Giulini Criminologo clinico ,  responsabile dell'Unità di trattamento Intensificato per autori di reati sessuali presso  la Casa di Reclusione di Milano Bollate. , ha presentato il programma trattamentale per autori di reati sessuali  su minori che viene svolto presso la C.R. di Milano-Bollate. Giulini descrive che il suo interesse per i sex offender è iniziato lavorando come criminologo a Sondrio.  Dalla sua esperienza clinica , ha rilevato che il 100% delle persone trattate  hanno avuto un ‘infanzia non protetta, e che un quinto della popolazione abbia subito una situazione di abuso. L’incontro con la psicopatologia lo ha portato a fare delle riflessioni sul tipo d’intervento da attuare . Riferisce che le persone in carico presentavano deficit relazionali, cognitivi ed emotivi e facevano una gran fatica a raccontare storie indicibili al criminologo , da cui è scaturita la domanda ,come abbattere i meccanismi difensivi? Il criminologo è un operatore della sicurezza, ragione per cui   per i detenuti non era facile parlare. Giulini descrive i sex offender come   “detenuti ibernati”  intendendo con questo termine il fatto che l’autore di reato  sessuale è collocato in sezioni protette, come se fosse congelato, e che senza un trattamento riabilitativo adeguato una volta scarcerati , quindi scongelati , recidivavano . Nell’attualità   continua Giulini , siamo di fronte a un cambiamento dell’intervento . Si passa dal concetto di  riabilitazione al concetto di  riparazione. Le persone che compiono reati sessuali, sono persone che funzionano bene nella loro vita lavorativa , il campo dove non funzionano è quello sessuale /affettivo. Quindi compito degli operatori , non è fare un trattamento riabilitativo,  ma riparativo delle ferite del sè.

In Italia l’esperienza dell’Unità di trattamento Intensificato gestita dal CIPM (Centro Italiano per la Promozione della Mediazione) è il primo esempio di programma trattamentale completo per autori di reati sessuali .  Il programma trattamentale sperimentato a Milano è partito da una maggiore consapevolezza risguardo agli interventi osservati   negli istituti penitenziari in europa  Francia, Belgio  e in america   sugli autori di reati sessuali. Giulini riferisce che  è stato proprio vedere le  difficoltà e la  crisi di efficacia del sistema penale italiano a stimolarlo nel cercare  altre risposte a tale reato. Da questa osservazione si sono strutturati interventi simili ai trattamenti europei. Gli interventi proposti sono stati recepiti nelle indicazioni di recenti Convenzioni Internazionali. Il trattamento   multimediale prevede la collaborazione tra operatori di diverse discipline, psicologi, criminologi educatori pedagogisti . L'intervento viene svolto sia in carcere, sia presso il Presidio Criminologico esterno dove le persone detenute possono recarsi accompagnate  anche durante il periodo di detenzione.  Questo spazio di trattamento   crea un contesto   di contenimento, dove possono essere attivate nuove abilità sociali da mettere in pratica. Giulini spiega che la popolazione a cui si rivolge è spesso segnata da esperienze traumatiche vissute fin dall'infanzia , e che quasi tutte presentano un problema di fiducia. Spesso giungono  al colloquio senza una domanda e l’aggancio diventa più complesso. Per questo bisogna parlare di trattamento , non di terapia, che potrà essere avviata successivamente. Il  modello clinico-criminologico integrato  che viene utilizzato prevede esperienze di modeling e di esperienze emotive correttive  che creano il presupposto  , per una riflessione costruttiva sul reato commesso e per una efficace prevenzione della recidiva.  In alcuni casi l'intervento aiuta la persona nel   superamento dei meccanismi di negazione e minimizzazione. Il contributo   di Giulini  è tratto  dal lavoro svolto a bollate, dove risiedono 400 autori di reato sessuale . Sono persone che arrivano da tutta Italia, alcuni   vengono inviati al centro sotto ingiunzione , altri stanno iniziando ad accedere spontaneamente.  Questo atto spontaneo diventa  la prima vera prevenzione   effettuata . Attualmente ci sono 5 gruppi in corso. In conclusione di serata viene proiettato una sequenza del film sui sex offender. Film che verrà riproposto in versione completa in un altro incontro.

 

                                                                        ( Dott.Patrizia Frongia-Psicologa Psicoterapeuta)