OSSERVAZIONI SUI REPORT DEL  CICLO DI CONFERENZE  RELATIVE ALLA PEDOFILIA

 

I RAPPORTI TRA SUBCULTURE (Giorgio Majorino-5/7/2018)

 

Le mie osservazioni sull’ampio materiale dei Report relativo alla conferenze sulla pedofilia, partono non da un approccio specificatamente psicologico del fenomeno, bensì da un’impostazione di sociologia antropologico-culturale.

Questo non significa non ritenere che nel pedofilo siano in atto meccanismi  psichici profondi e addirittura con substrati neurofisiologici, bensì  suggerire che  qualsiasi atteggiamento e comportamento umano, debba anche essere analizzato all’interno delle strutture sociologiche ed antropologico-culturali  delle quali fa parte, senza  gerarchicizzare un approccio rispetto ad un altro (e sempre penso che debbano  essere presente anche le variabili di tipo neurofisiologico).  

Va chiarito che l’appartenenza  ad una cultura o ad una subcultura non è necessariamente consapevolizzata dai  relativi membri. Anzi , in genere, non vi è affatto  coscienza di tale appartenenza. L’identificazione di  tale appartenenza  avviene quando si rilevano, abbastanza costanti nel  tempo,  isomorfismi di valori, atteggiamenti,  comportamenti.

L’individuazione dell’appartenenza ad una subcultura avviene, quindi, solo se concettualmente si connettono questi vari indicatori ( come d’altra parte avviene anche nell’esplorazione psicoanalitica e altrove).

Inoltre  si può appartenere a subculture diverse, anche se contraddittorie ( usufruendo della cosiddetta Scissione dell’Io, freudiana)

Resta ancora da discutere se la consapevolizzazione dell’appartenenza ad una specifica  subcultura possa sciogliere dalla dipendenza da essa ( oppure no, in quanto rinforzo narcisistico).

In effetti quello che colpisce in questo ( e non solo questo) fenomeno di devianza , è la specificità relativa alla nostra cultura, diversamente da quanto accade o è accaduto in culture diverse, quali quelle classiche o quelle aborigene. Culture nelle quali non solo la pedofilia era accettata ma poteva anche essere considerata addirittura rito di passaggio all’età adulta( per una serie di annotazioni interessanti,soprattutto riferite all’età classica, vedi  la prima conferenza del  Dr.Tronconi).

Ma  l’argomento che più qui mi interessa e che trae dati dalle conferenze sopracitate , è relativo non tanto al contrasto tra una tipica subcultura deviante, quale la pedofilia e l’impostazione  generale ideologica della società  attuale nella quale viviamo, bensì tra il rapporto ( e lo scontro) tra la subcultura deviante pedofila e la subcultura relativa agli operatori sociali che si occupano di questa devianza.  Sia dal punto di vista diagnostico e riabilitativo, sia da quello più propriamente giudiziario e quindi , necessariamente repressivo.

Pur partendo da impostazioni e strumenti diversificati e specialistici, gli operatori che se ne occupano (e che  hanno così efficacemente dimostrato nelle conferenze , tali competenze), vanno considerati  anche come appartenenti  partecipi ( che ne siano consapevoli  o no)  ad un gruppo al quale l’assetto sociale ha demandato il ruolo di “trattare”  coloro che vengono designati come pedofili.

Costoro, a propria volta, e di questo ne sono  a mio parere molto consapevoli, sanno di appartenere  ad un gruppo , che si pone in aperto dissenso con le norme sociali dominanti.

Quindi abbiamo a che fare con due subculture, quella degli operatori sociali (più o meno consapevoli di esercitare una funzione di Controllo Sociale) e la subcultura deviante dei pedofili,  che sempre di più, grazie anche agli strumenti  informatici, tende almeno virtualmente a collegare i propri membri  rafforzandone psicologicamente la solidarietà.

Questo fenomeno e cioè di subculture contrapposte che hanno un legame di contatto è, ovviamente esteso a moltissimi gruppi sociali, pensiamo alle guardie e ai ladri, ai medici  (compresi  gli  psicoterapeuti…) e i pazienti,  gli insegnanti  e gli allievi ecc.ecc.

Ma qual è l’utilità di un approccio quale quello illustrato? Non basterebbe cercare di risolvere tutto con un approccio psicologico (o magari, un po’ esageratamente,  con la castrazione chimica…?)   Purtroppo sembra non bastare e certi contenuti  delle conferenze sembrano addirittura confermarlo. In altri termini la resistenza  di una subcultura al proprio cambiamento è difficile da diminuire con gli interventi singoli,finché i presupposti ideologici di tale subcultura  non vengono modificati. Nella subcultura pedofilica, come in altre subculture devianti,  non sono presenti nei  propri membri solo modificazioni profonde del proprio Io, tali cioè da essere “riparate”, bensì elementi  ribellivi  comuni che lottano contro l’integrazione sociale.

Quindi tra la subcultura degli operatori sociali sopra illustrata e quella dei pedofili  c’è un evidente conflitto.

E’ interessante anzitutto considerare quanto emerge dai  resoconti di tre operatori che sono  stati più a contatto con i pedofili in quanto gruppo reale e cioe’ l’Ispettore di  Polizia penitenziaria Sgaramella, la Dott.ssa Meneguzzi che ha tenuto un gruppo  di pedofili e di accusati di reati sessuali e infine il Dr.Giulini che dirige  un’Unità di trattamento  per autori di reati sessuali.

In tutte e tre queste situazioni il gruppo reale con il  quale si viene a contatto da parte degli operatori, coincide con quella che possiamo definire una subcultura deviante, nel senso che non si tratta di avere a che fare con singoli (come vedremo negli  altri due interventi al ciclo di conferenze) , bensì con  una situazione sociologica  di rafforzamento  della solidarietà nel gruppo, anche se mai dichiarata esplicitamente.

In particolare emerge  dalla relazione della Dott.ssa Meneguzzi che mette in risalto la pesantezza controtransferale  della propria posizione. Il gruppo subculturale non attacca lei solo in quanto terapeuta (come  risulterebbe  da una lettura esclusivamente psicoanalitica), ma come rappresentante di quel Controllo Sociale che la subcultura deviante pedofilica combatte.

Sia pure in forma diversa, la relazione dell’Ispettore Sgaramella, mette in luce come la situazione di difficoltà  degli operatori carcerari sia di nuovo identificabile  in termini controtransferali  in quanto costoro  rappresentanti di una subcultura “legittima”   agganciata   alle norme sociali dominanti,  si trovano  ad avere una conflittualità con un’altra subcultura, quella pedofilica,  che dalla propria devianza estrema trae una forza   e una resistenza  rilevante.

Viene anche fatto rilevare come la prossimità fisica continua  di tali operatori con gli appartenenti  alla subcultura pedofilica, renda ancora più complessa  la relazione tra queste due subculture . D’altra parte questo problema è relativo non solo a tutte le altre situazioni carcerarie, ma si è presente anche  dovunque, là dove si attua una prossimità fisica continuativa tra subculture diverse: per esempio nelle istituzioni gerarchicizzate ( esercito, organizzazioni pubbliche o private, la scuola ecc.).  Ed è presente anche nella referenzialità culturale familistica trans generazionale.

Nell’intervento del Dr.Giulini si avverte come la problematica  della riabilitazione/riparazione dei singoli pedofili  presenta difficoltà  non indifferenti  e  l’applicazione di un modello clinico-criminologico multidisciplinare che viene attuato nella struttura che dirige, da’ proprio l’idea di un tentativo di depotenziare  la forza  della subcultura deviante.  Anche il fatto di sottolineare come più che di riabilitazione lo scopo dell’approccio multidisciplinare riguarda la riparazione, va  aldilà,a mio avviso, di  una soluzione “definitiva” della problematica pedofilica,  bensì al tentativo di porre un freno  ad una subcultura deviante particolarmente  resistente, soprattutto per quanto riguarda  la predisposizione dei suoi appartenenti alla ripetitività dei comportamenti  devianti. Il fatto che si tratti di persone che, per altri aspetti della loro vita, si comportino a livello “normale” , evidenzia  l’appartenenza ad una subcultura deviante che si appoggia ad una  scissione dell’Io, senza  l’omogeneità che contraddistingue altre devianze, specie, ma non esclusivamente   quelle delinquenziali.

Negli altri interventi (Tronconi, Martelli) possono emergere ulteriori elementi  per l’argomento che qui ci interessa e cioè quello relativo all’esistenza di subculture pedofiliche che trascendono i meccanismi psichici profondi ( collegati anche alle determinanti neurofisologiche) dei singoli  soggetti.

Anzitutto nell’intervento del  Dr.Tronconi  il caso specifico relativo al testo di “Morte a Venezia” di T.Mann,viene inquadrato in un’ampia serie di citazioni relative all’epoca classica che mettono in luce come  la pedofilia  facesse parte di una subcultura non contrapposta alla società  integrata in questa , a differenza di quanto  accade ora.

Nell’illustrazione di tre casi del Dr.Martelli, la specificità individuale psichica dei singoli casi si integra in una serie di collegamenti  con altre realtà nelle quali spesso,direttamente o indirettamente, sono presenti  manifestazioni  pedofiliche mostrandone  le reciprocità strutturali

Per concludere possiamo  affermare che i casi singoli di pedofilia possono essere ricondotti  e rafforzati dall’appartenenza a  specifiche  subculture devianti  nelle quali confluiscono le azioni di specifiche  dinamiche  profonde individuali, psichiche ed anche neurofisiologiche.