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SOTTOPOSTI A MESSA ALLA PROVA:

GRIGLIA PER I SERVIZI PSICO-SOCIALI

Intervention Programs for Youth Offenders: A Common

Assessment Framework for Psycho-social Services

Di seguito viene presentato il risultato di un gruppo di lavoro (*) svolto presso l’Ufficio del Giudice dell’udienza

preliminare (G.u.p.) del Tribunale per i minorenni di Milano che ha consentito l’esplicitazione degli

elementi conoscitivi e valutativi preliminari e necessari all’applicazione dell’istituto della messa alla

prova, alle attività di osservazione, trattamento e sostegno ad esso sottese, ed alla valutazione della personalità

all’esito della prova. Tali contenuti sono esposti in forma descrittiva e schematica in una “griglia”

rivolta agli operatori psico-socio-educativi come guida agli aspetti diagnostici e trattamentali che la

Magistratura ritiene imprescindibili nell’applicazione della norma, al fine di consentire la predisposizione

e l’attuazione di progetti congrui alla specificità della casistica penale minorile ed al suo recupero

maturativo.

The aim of this paper is to show the results of a research group carried out in collaboration with the Youth Court of Milan and the

Judge for Preliminary Hearing (G.u.p.) Office. This study was carried out to identify basic information, a preliminary assessment

and needs to apply a specific intervention of probation (“messa alla prova”). As well, the study aims at also providing supervision,

performance monitoring and final assessment at the end of the rehabilitation program. Research findings are synthetically summarized

in a “grid” (framework) providing effective and essential guidelines for practitioners in education and psychology as well

as social services in the process of assessment and intervention of youth offenders. According to the judiciary, such guidelines are

crucial in the phase of the law application to plan and realize specific projects suitable to juvenile delinquency and related rehabilitation

programs.

Sommario 1. Introduzione. — 2. Considerazioni generali teorico-cliniche. — 2.1. Periodo antecedente

l’ordinanza di messa alla prova. — 2.2. Gli obbiettivi della messa alla prova correlati al fatto-reato. — 2.3.

La famiglia come dimensione intergenerazionale e transgenerazionale nella fase antecedente la messa alla

prova. — 2.4. Interventi richiesti durante la messa alla prova. — 2.5. Udienza finale di messa alla prova. —

3. La griglia.

1. INTRODUZIONE (1)

Nell’istituto della “messa alla prova” trovano originale attuazione i principi introdotti

con la legge di riforma del procedimento penale minorile entrata in vigore in Italia il

(*) Il gruppo di lavoro è coordinato da ANNA

ZAPPIA, giudice per le indagini preliminari, ed è

composto da MARINA EPISCOPI, MARINA GASPARINI,

LUCA MASSARI, JOSEPH MOYERSOEN E ROBERTO

PAGANINI, giudici onorari presso il Tribunale per i

minoreeni di Milano.

(1) A cura di Joseph Moyersoen e Anna Zappia.

Nell’introduzione sono richiamati i seguenti articoli:

CHESSA-GASPARINI-POLI, La messa alla prova nell’esperienza

del Giudice per l’udienza preliminare presso

il Tribunale per i minorenni di Milano, in Minori

giustizia, n. 4/2008, p. 102-118;AA.VV., Il diritto mite:


 

24 ottobre 1989 (2); riforma con la quale il legislatore italiano non solo ha sottolineato

con forza che «il processo penale deve avere come suo obiettivo quello di realizzare

una ripresa dell’itinerario educativo del minore, che il compimento dell’atto criminale

dimostra essersi interrotto o avere deviato, ma ha anche previsto che lo stesso processo

si articoli in modo tale da potere contribuire allo svolgimento di questo itinerario,

avendo esso stesso valenze educative» (3).

Dal punto di vista tecnico la messa alla prova costituisce una forma di probation

processuale nel senso che comporta un rinvio della pronuncia nel merito. Viene

disposta nel corso del processo, prima che sia intervenuta una sentenza di condanna

e comporta quindi una rinuncia dello Stato all’affermazione della responsabilità del

minore e alla propria pretesa punitiva, allorché si prospetta come probabile la rieducazione

del soggetto ed il suo proficuo inserimento sociale.

Il collegio dei giudici che sulla base degli atti processuali disponibili si sia formato

un convincimento in merito alla responsabilità penale del minore imputato, ha facoltà

di disporre la sospensione del processo, sentite le parti, quando ritiene di dovere valutare

la personalità del minorenne all’esito della messa alla prova.

A differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri ordinamenti nei

quali, pur con diversa fisionomia, vige l’istituto della probation, nel sistema italiano

l’applicabilità della messa alla prova è svincolata dalla tipologia del reato commesso

e pertanto la stessa può essere disposta anche nell’ambito di procedimenti per omicidio,

per violenza sessuale o per altri tra i più gravi reati previsti dall’ordinamento

penale.

La gravità dell’imputazione incide solamente sulla durata della messa alla prova: il

processo viene infatti sospeso per un periodo non superiore a tre anni, quando si procede

per reati per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo

a dodici anni; negli altri casi per un periodo non superiore ad un anno.

Ancora, a differenza di quanto avviene in altri Stati, non vi sono in astratto preclusioni

soggettive in quanto, neppure precedenti condanne, eventualmente irrevocabili,

escludono necessariamente l’applicabilità dell’istituto.

Il collegio dei giudici, con ampio potere discrezionale, può quindi disporre sempre

la sospensione del procedimento e la messa alla prova quando ritiene che

questa soluzione sia la più opportuna tenendo esclusivamente conto di due fattori:

la possibilità che la prova costituisca uno strumento di aiuto per lo sviluppo, in

senso positivo, della personalità del giovane e quindi per il suo reinserimento

sociale, attraverso il recupero delle sue capacità evolutive e una valutazione preventiva,

condotta sulla base di una approfondita analisi della personalità del

minore imputato, delle caratteristiche del suo contesto di vita familiare e sociale

e anche delle modalità della condotta, sia riferita al reato che antecedente e successiva

ad esso (in particolare per i minori sottoposti a misura cautelare), nonché

del suo comportamento processuale, che consenta di formulare una previsione

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l’adolescente imputato in prova, n. 4/2005, ivi, p. 85-

142;AA.VV., La messa alla prova: un’opportunità per

tutti?, ivi, supplemento al n. 4/2005, p. 133-154.

(2) D.P.R. n. 448 del 2 settembre 1988, “Approvazione

delle disposizioni sul processo penale a

carico di imputati minorenni”.

(3) MORO, in Manuale del diritto minorile, 4ª ed., a

cura di Fadiga, Zanichelli, 2008, p. 545.


 

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favorevole di adesione del probando al percorso rieducativo e di tenuta rispetto

agli impegni richiesti (4). Tale valutazione preventiva è imprescindibile e cogente,

per il collegio giudicante, poiché la finalità della messa alla prova non è assistenziale-

pedagogica, ma penale-rieducativa, e il suo obiettivo è l’abbattimento, o la

significativa riduzione, del rischio di recidiva.

L’istituto della probation introduce un nuovo modo di interpretare e soprattutto

trattare il crimine e il suo autore: nasce infatti dall’abbandono del tradizionale

canone dell’afflittività della pena e, più mediatamente, anche di quello della retribuzione

(5).

Trova fondamento nell’articolo 18 delle Regole Minime sull’Amministrazione della

Giustizia Minorile, dette Regole di Pechino, approvate dall’Assemblea Generale della

Nazioni Unite il 29 novembre 1985 e nell’articolo 40 comma 4 della Convenzione ONU

sui diritti del fanciullo, approvata dall’Assemblea Generale il 20 novembre 1989, nonché

nella legge di riforma del procedimento penale minorile sopra citata (6).

La presente griglia è finalizzata a fornire uno strumento pratico e operativo ai servizi

psico-sociali, indicando punto per punto quelli che sono per il tribunale per i

minorenni gli aspetti più rilevanti da focalizzare prima, durante e al termine di un

percorso di messa alla prova. Si tratta quindi di uno strumento volto a rafforzare la

collaborazione già consolidata tra il tribunale per i minorenni e i servizi psico-sociali

dell’USSM e del territorio.

2. CONSIDERAZIONI GENERALI TEORICO-CLINICHE (7)

2.1. Periodo antecedente l’ordinanza di messa alla prova

Il giudizio sul minore e la valutazione del suo percorso riabilitativo nella messa alla

prova implica la conoscenza approfondita della personalità in formazione, quindi dei

gradienti di stallo o arresto evolutivo, e dei suoi possibili livelli psicopatologici, ma

anche delle potenzialità di recupero maturativo, che possono evolvere all’interno di

progetti di supporto alla crescita, capaci di valorizzare la plasticità trasformativa tipica

della fase di sviluppo.

La “griglia” è una guida utile per l’esplicazione delle attività sottese agli «accertamenti

sulla personalità dei minorenni» (8) ed allo «svolgimento delle opportune attività

di osservazione, trattamento e sostegno», previste dal processo penale minorile (9)

perché consente di precisare gli elementi conoscitivi e valutativi che la magistratura

ritiene preliminari e necessari al giudizio sul minore imputato, all’applicazione dell’istituto

della messa alla prova, e alla congruità dei progetti riabilitativi del suo percorso

maturativo, che consentano la valutazione della personalità all’esito della prova.

Al fine di ovviare al rischio di una lettura riduttivamente schematica rispetto alla

complessità della realtà psichica indagata ed alla sua variegata possibilità espositiva,

si ritiene utile offrire una riflessione concettuale e argomentativa sottesa al

(4) Sez. I, 1° febbraio 2006, n. 6965, in C.E.D. Cass.,

n. 2334439; 20 gennaio 1999, n. 519, ivi, n. 212546;

Sez. III, 22 ottobre 2008, n. 45451, ivi, n. 241805.

(5) SCIVOLETTO, C’è tempo per punire, percorsi di

probation minorile, Franco Angeli, 1999.

(6) Art. 28 d.P.R. n. 448/1988, nonché art. 27 d.l. n.

272/1989.

(7) A cura di MARINA GASPARINI.

(8) Art. 9, d.P.R. n. 448/1988.

(9) Art. 28, d.P.R. n. 448/1988.


 

medesimo strumento per consentirne una traduzione operativa efficace, nel rispetto

degli specifici approcci teorico-metodologici dei servizi psico-socio-educativi a

cui è rivolta.

Gli aspetti approfonditi non intendono esaurire la complessità espositiva della griglia,

bensì sono volti ad integrare con un’argomentazione maggiormente esplicativa

alcuni aspetti che si ritengono centrali, ma che la schematizzazione rende in forma

concisa o implicita.

L’obbiettivo che accomuna tutti i vertici osservativi istituzionali e professionali nel

procedimento penale minorile è l’attuazione della valenza educativa nell’applicazione

della norma. Il criterio definito “educativo”, previsto dal legislatore è teso al ripristino

delle potenzialità evolutive nella personalità in formazione e rappresenta con

ciò il nucleo fondante la tutela del minore che delinque e il suo diritto alle condizioni

che ne assicurino la crescita (10). Ciò è possibile attraverso un supporto al processo

maturativo dell’adolescente antisociale che i servizi psico-socio-educativi possono

rendere operativo nella messa alla prova, con un approccio mirato ed individualizzato

alle specifiche esigenze riabilitative del singolo adolescente.

Per essere efficace ogni intervento dei servizi richiede la consapevolezza delle specifiche

dinamiche sottese al setting in ambito istituzionale e coatto, cioè su prescrizione

della magistratura penale minorile. Il mandato assume il significato di un’investitura

simbolica da parte di un codice paterno autorevole e non collusivo con la distruttività

agita dall’adolescente, ma prescrittiva della crescita e dello sviluppo.

Diversamente dalla casistica su presentazione spontanea, (nella quale vi è consapevolezza

del disagio psichico e capacità di tradurlo nella richiesta verbale di sostegno

alla crescita), l’adolescente preso in carico su mandato della magistratura penale utilizza

l’azione criminosa per indurre l’ambiente a prendere posizione ed a rispondere,

estroflettendo nell’azione invasiva sia la sofferenza mentale di una crescita carente o

mancata, che l’incapacità di elaborarla. Proiettato, quindi non consapevolmente riconosciuto,

è anche l’appello alla presa in carico come richiesta di aiuto, incistato nella

brutalità operatorio-concreta dell’azione criminosa (11).

È importante che l’operatore possa elaborare il controtransfert negativo fisiologicamente

indotto dalla costrittività del mandato giuridico per poter liberare la propria

disponibilità al trattamento nei confronti della richiesta di aiuto, quale SOS (12) che l’adolescente

contemporaneamente agisce e paradossalmente nega nella “concretizzazione”

delinquenziale, attraverso un linguaggio privato, orfano della dimensione simbolica

(13). L’adolescente deviante è incapace, almeno nella fase iniziale della presa in

carico, di riconoscere il proprio bisogno psichico che viceversa induce nell’operatore

affinché l’assuma per lui.

L’operatore infatti, raggiunto dal mandato della magistratura ha molto ‘bisogno

dell’adolescente’ per assolvere il proprio compito, che contemporaneamente si

(10) GASPARINI, Adolescenza e reato: Gli interventi di

tutela nella sfida alla crescita, in MAZZUCCHELLI (a

cura di),Viaggio attraverso i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza,

Franco Angeli, 2006.

(11) WINNICOTT, Alcuni aspetti psicologici della

delinquenza minorile, in Il Bambino deprivato: le origini

della tendenza antisociale, Cortina, 1986; BLOS,

L’adolescenza come fase di transizione. Aspetti e problemi

del suo sviluppo,Armando, 1996.

(12) WINNICOTT, Alcuni aspetti, cit.

(13) Blos, L’adolescenza, cit.

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configura come operatorio nella qualità concreta del setting (convocazioni, frequenza,

orari, sede, dei colloqui, proposte progettuali supportive ecc.), ma soprattutto

mentale, nella tradotta funzione elaborativa (del significato dell’agire la propria

esperienza emotiva) e quindi progressivamente restitutiva di nuove capacità

pensanti (14).

Lo sviluppo del pensiero è legato alla modulazione della sofferenza psichica implicita

in ogni crescita e in ogni sviluppo (15), la possibilità di sentirla condivisa, raccolta

e capita dall’operatore, nella variegata eziologia traumatica dei singoli “miti familiari”

(16), che generalmente sottendono la storia dei nuclei di appartenenza, consente e

facilita la trasformazione di una relazione nata in un contesto di controllo in una relazione

di aiuto allo sviluppo. Conseguentemente il setting è da intendersi inclusivo dell’assetto

mentale dell’operatore, della sua consapevolezza del transfert e del controtransfert

(17) nella dimensione clinica e contemporaneamente istituzionale, con il

significato simbolico e con la valenza etica che esso include, nella tensione al recupero

di risorse psichiche preziose per la comunità.

Già i primi colloqui possono in tal senso essere decisivi per l’aggancio relazionale

dell’adolescente deviante il cui bisogno è di ricreare con l’operatore le condizioni di

affidabilità attendibilità e contenimento mentale (18) come riedizione riparativa delle

condizioni di uno sviluppo psichico primario evidentemente carente, considerato il

difetto di simbolizzazione esplicitato nella condotta delinquenziale.

Tali considerazioni sono di primaria importanza già nella fase diagnostico-valutativa

(19), che a sua volta non può prescindere dalle dinamiche transferali-controtransferali

ubiquitarie in ogni relazione interumana (20). La sola preoccupazione diagnostico-

valutativa, descrittiva della dimensione intrapsichica e relazionale dell’adolescente,

non può peraltro considerarsi illusoriamente asettica, e “neutrale” in quanto

l’osservatore modifica ed è modificato dall’oggetto osservato (21). Nel contesto diagnostico

con l’adolescente antisociale è necessaria la sospensione di un giudizio critico e

distanziante, e la consapevolezza del proprio apporto personale alla qualità dell’interazione,

che strategicamente deve essere utilizzata sin dai primi colloqui per cooptare

adesione al percorso di crescita.

La fase diagnostica può essere percepita come difesa distanziante quando l’operatore

(22) si focalizza eminentemente su una dimensione nosografica e descrittiva

della realtà intrapsichica e relazionale ritenendola esaustiva; il rischio difen-

(14) BION, Apprendere dall’esperienza, Armando,

1979.

(15) MELTZER-HARRIS, Il ruolo educativo della famiglia

– Un modello psicoanalitico dei processi di

apprendimento, Centro Scientifico Torinese, 1986.

(16) LOSSO, Psicoanalisi della Famiglia – Percorsi

teorico-clinici, Franco Angeli, 2000; NERI, Campo e

fantasie trans generazionali, in Riv. di Psicoanalisi,

vol. XXXIX – n. 1, 1993, p. 43 ss.

(17) GIACONIA, Problemi di tecnica nel trattamento

degli adolescenti, in Trattato di psicoanalisi, Teoria e

tecnica, a cura di Semi, Cortina, 1988, vol I, p. 725 ss.

(18) WINNICOTT, La teoria dello sviluppo infante

genitore, in La famiglia e lo sviluppo dell’individuo,

Armando, 1968.

(19) Art.9, cit.

(20) DE BENEDETTI GADDINI, Le variazioni di tecnica

nel trattamento dei bambini, in Trattato di psicoanalisi,

a cura di Semi, cit., vol I, p. 697 ss.

(21) BRUTTI, Introduzione, in DI CAGNO-RANDACCIORISSONE,

Il neonato e il suo mondo relazionale, Borla,

1984.

(22) ARGENTIERI, La diagnosi come bisogno e come

difesa, in Prospettive psicoanalitiche del lavoro istituzionale,

1997, vol. 15, p. 136 ss.


 

sivo dell’operatore in tal caso si traduce nella trasmissione al giudice di elementi

diagnostici circostanziati, ma illusoriamente “asettici” e difficilmente utilizzabili

per valutare la “raggiungibilità” trasformativa dell’adolescente all’interno di una

relazione, quale risultato di un’esperienza emotiva nuova, vitale e correttiva per la

crescita.

Diversamente il minore si trova stigmatizzato nelle già evidenti difficoltà maturative

e confermato nelle ulteriori carenze motivazionali al percorso riabilitativo.

La diagnosi è già il risultato di un’interazione psicodinamica profonda, di un

incontro che ingaggia nella complessità del mondo psichico dell’adolescente (23) che

delinque, come in altre parole sostiene Novelletto quando ritiene che «per saper fare

la diagnosi bisogna prima saper fare la terapia» (24). Si sottolinea con ciò la necessità

del superamento della dicotomia osservazione-trattamento (25) in modo che la fase

diagnostica possa costituire una fase facilitatoria e propedeutica alla presa in carico

psicoterapeutica o psicologica, nei minori per i quali si intende proporre una messa

alla prova.

Appare inoltre auspicabile ovviare alla discontinuità relazionale tra fase diagnostica

e fase trattamentale, perché enfatizza e rievoca l’angoscia di separazione, già fisiologica

in questa fase dello sviluppo, ma facilmente percepita come perdita dissuasiva,

non mentalizzabile nell’adolescente antisociale.

La difficoltà di simbolizzazione, la tendenza all’acting-out come modalità comunicativa

sostitutiva del pensiero, l’implicita carenza motivazionale al percorso riabilitativo,

tipiche di questa casistica, declinata più sul diniego, che verso il riconoscimento

della propria realtà psichica, richiedono ancor più un “setting elastico” (26) che consenta

di accogliere l’adolescente nei suoi limiti evolutivi e nella sua modalità espressiva,

piuttosto che per quello che dovrebbe essere.

L’adolescente può aver bisogno, ad esempio, di essere a lungo “cercato” con ripetute

convocazioni mettendo per primo “alla prova” la disponibilità dell’operatore e la sua

motivazione ad accoglierlo, oppure può mettere alla prova lo stesso setting con la

discontinuità della presenza, o con la riproposizione di vari agiti all’interno dei colloqui

che richiedono una decodifica puntuale di ogni comunicazione preverbale,

gestuale o motoria, affinché acquisisca, attraverso l’apparato per pensare i pensieri (27)

dell’operatore, lo spessore della capacità simbolica come nuovo linguaggio costruttivo

e condiviso.

La stessa carenza motivazionale alla proposta di trattamento, può essere rivisitata

dall’operatore con un apporto personale emozionalmente correttivo fondato sulla

capacità di vedere oltre il blocco della crescita, quale limite ineluttabile, ma viceo

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(23) GIACONIA, Problemi di tecnica, cit., vol. I, p. 732

ss.

(24) NOVELLETTO, Psichiatria psicoanalitica dell’adolescenza,

Borla, 1991, p. 101.

(25) SENISE, La rappresentazione del Sé e i processi

di separazione-individuazione; Il Setting nella psicoterapia

breve di individuazione, in ALIPRANDIPELANDA-

SENISE, Psicoterapia breve di individuazione,

Feltrinelli, 1991; GASPARINI, Il ruolo dei servizi

psico-socio-educativi nel trattamento dei reati violenti

contro la persona; GASPARINI-INGRASCÌ, in INGRASCÌ-

PICOZZI, L’istituto della messa alla prova nei crimini

violenti, McGraw-Hill, 2002.

(26) GIACONIA, Problemi di tecnica, cit., p. 764.

(27) BION, Una Teoria del pensiero, in Analisi degli

schizofrenici e metodo psicoanalitico, Armando,

1979.


 

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versa come occasione di un incontro che riconosca e liberi le potenzialità della crescita.

2.2. Gli obbiettivi della messa alla prova correlati al fatto-reato

L’obbiettivo centrale della messa alla prova per l’adolescente antisociale è la progressiva

acquisizione di un apparato per pensare i pensieri che consenta di elaborare le

esperienze emotive per tradurle in significato come cibo per la mente (28), piuttosto

che relegarle in un accumulo di disagio destinato ad essere estroflesso ed evacuato

con l’agito delinquenziale.

Lo sviluppo della capacità pensante è la condizione necessaria e preliminare al

superamento delle difficoltà maturative manifestate nella tendenza all’agire. In altre

parole è l’acquisizione di una compiuta capacità simbolica che consente di trasferire

dal registro operatorio-concreto brutale ed invasivo dell’azione criminosa, al registro

linguistico e condiviso, la negoziazione del soddisfacimento degli stati del Sé, dove

l’Altro può essere considerato nella sua separatezza e nella sua integrità. È possibile

con ciò il raggiungimento di una dimensione etica, dove la preservazione e il benessere

dell’Altro possono essere percepiti anche come benessere per il sé, e dove è possibile

la fuoriuscita dalla dimensione depauperativa del “mors tua vita mea” per orientarsi

in quella reciprocamente valorizzante del “vita tua vita mea”, foriera di una crescita

autentica e reciproca (29).

Diviene possibile anche la disamina critica del comportamento antisociale, come

modalità disfunzionale alla crescita, e la progressiva capacità di costruirne altre, più

sofisticate e simboliche, come precondizione necessaria al compito evolutivo fasespecifico

e centrale della nuova strutturazione identitaria e dei suoi correlati impliciti

quali: la seconda individuazione, il consolidamento dell’identità dell’io tramite la

sintesi tra passato, presente e previsto futuro, la rivisitazione degli esiti traumatici

delle precedenti fasi dello sviluppo, la strutturazione dell’identità sessuale (30).

La complessità dei cambiamenti psichici nella personalità in formazione richiede

la predisposizione di un setting nel quale l’adolescente antisociale possa fare esperienza

di un rapporto interumano sensibile, recettivo e mentalmente contenitivo,

capace di restituire progressivamente disintossicate e rese pensabili le esperienze

emotive traumatiche (31) ed irrisolte che hanno originato il blocco maturativo.

È la tipologia di tali vissuti emotivi intrafamiliari e transgenerazionali (32) che

necessitano di essere correlati con la tipologia dell’agito delinquenziale, con la quale

trovano riscontro. In essi è racchiuso il significato comunicativo profondo, incistato

nella concretezza dell’azione criminosa, che richiede di essere decodificato e progressivamente

restituito come nuova possibilità rielaborativa, dicibile in forma simbolica,

pertanto riparativa prima del Sé e poi simbolicamente delle relazioni nel

mondo esterno. È conseguentemente necessaria la rivisitazione della qualità delle

dinamiche intrapsichiche ed intrafamiliari dell’adolescente antisociale affinché pos-

(28) BION, Apprendere dall’esperienza, cit.

(29) FORNARI, Affetti e cancro, Cortina, 1985.

(30) BLOS, L’adolescenza, cit.

(31) GIACONIA-RACALBUTO, Il circolo vizioso traumafantasma-

trauma, in Rivista di psicoanalisi, n. 4, 1997,

p. 541 ss.

(32) KAES-FAIMBERG-ENRIQUEZ-BARANES, Trasmissione

della vita psichica tra generazioni, Borla, 1995.


 

sano essere liberate da collusioni nelle consegne transgenerazionali che inconsapevolmente

lo vincolano, per accedere a un’identità realmente autonoma e separata.

2.3. La famiglia come dimensione intergenerazionale e transgenerazionale

nella fase antecedente la messa alla prova

Il procedimento penale minorile (33) indica l’importanza del ruolo dell’ambiente relazionale

come alveo nel quale si originano i limiti (34), ma anche le risorse dello sviluppo

evolutivo del minore antisociale. La permeabilità tra mondo esterno e mondo

interno e la suscettibilità trasformativa del soggetto in questa fase della vita orientano

a considerare l’adolescente come un’entità dinamica inclusiva delle qualità relazionali

delle figure investite affettivamente nel mondo esterno, che per tale motivo

rivestono un’importanza decisiva per lo sblocco del processo evolutivo.

Il Magistrato deve pertanto disporre di elementi diagnostici e conoscitivi che pongano

una particolare attenzione alla presenza qualitativa di tali interazioni, ove un

ruolo prioritario rivestono le capacità genitoriali di elaborare la trasmissione della sofferenza

psichica tra le generazioni.

L’adolescenza è per definizione l’incontro fra più generazioni, ove la capacità di

individuazione e di separazione come compito fase-specifico (35), della personalità in

formazione, è a sua volta, fortemente intrisa dalla capacità genitoriale di favorirla

piuttosto che incarcerarla in consegne inconsce di nuclei psichici irrisolti all’interno

della famiglia, che nell’adolescenza dei figli si possono tradurre in comportamenti

‘privi di mente’, tra cui l’azione delinquenziale.

La correlazione tra il significato dei miti e dei segreti familiari (36) che ruotano intorno

ad eventi traumatici inelaborati della storia familiare e trangenerazionale e la tipologia

dei reati commessi dai figli adolescenti inducono fortemente a riflettere sulla

necessità rielaborativa di tali dinamiche intrafamiliari, affinchè i genitori con adeguato

supporto, possano recuperare le funzioni che sono loro proprie di «generare amore,

contenere la sofferenza depressiva, infondere speranza e pensare, (piuttosto che) trasmettere

ansia persecutoria e seminare disperazione» (37), per le difficoltà di fornire il

supporto allo sviluppo mentale del figlio.

Non casualmente il procedimento penale minorile nell’art. 12 evoca la presenza

genitoriale “quale assistenza affettiva” nell’intero arco del procedimento penale, indicandola

non come mera comparsa facoltativa, ma come ruolo essenziale di tutela del

minore stesso e della sua ripresa evolutiva. Se è vero che la «sospensione del processo

per la valutazione della personalità all’esito della prova» (38) è volta al singolo minore,

è pur vero che, in questa fase della vita, a concorrere all’esito positivo di essa, o a

renderla ancor più ardua, è proprio la qualità della presenza genitoriale, chiamata a

sua volta a superare la prova affettiva ed esistenziale di un autentico supporto alla

crescita del figlio, piuttosto che estraniarsene, relegandone le difficoltà nel limbo della

loro irrisolvibilità.

(33) Artt. 9, 12, cit.

(34) WINNICOTT, La tendenza antisociale, in Il bambino

deprivato, cit.

(35) BLOS, L’adolescenza, cit.

(36) NERI, Campo e fantasie, cit.; LOSSO,

Psicoanalisi, cit.; CHESSA-GASPARINI, Ricostituzione

del mito familiare nel minorenne autore di reato, in

questa rivista, 2011, p. 2399 ss.

(37) MELTZER-HARRIS, Il ruolo educativo, cit. p. 54.

(38) Art. 28,cit.

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Il percorso riabilitativo del figlio adolescente richiede identificazioni strutturanti

con il recupero di parti del Sé ancora fuse e confuse con il genitore per riconvertirle

nella costruzione di un’identità separata e progressivamente autonoma. Consentire e

facilitare tale processo, significa per i genitori rivisitare la comunicazione conscia ed

inconscia con il figlio per liberarlo da quelle consegne e aspettative inconsapevolmente

incarceranti la crescita.

Per tale motivo il giudice, se vuol tradurre la funzione educativa che è propria del

procedimento penale minorile, deve considerare anche la presenza genitoriale dell’adolescente

che delinque quale destinataria dei riverberi ‘a cascata’, necessari e complementari

alle prescrizioni rivolte al figlio, esortandola ad un ruolo promozionale,

tutt’altro che marginale e subalterno nel supporto al progetto riabilitativo della messa

alla prova. Da ciò discende la necessità per gli operatori di raggiungere la stessa funzione

genitoriale con un supporto che implichi la sospensione del giudizio critico che

il transfert e il controtransfert nella relazione di cura indicano come condizione necessaria

per promuovere la consapevolezza e la capacità elaborativa della sofferenza

mentale.

Il rischio di un giudizio critico e colpevolizzante rivolto ai genitori è molto elevato;

considerato il blocco della crescita del figlio, viceversa, i genitori hanno bisogno a loro

volta di essere accolti e capiti, al fine di rivisitare, condividendola e rielaborandola,

quella storia di vita familiare e di coppia nella quale si incistano i vissuti traumatici

irrisolti che si pongono come registi occulti nella difficoltà evolutive dei figli.

All’interno di questi nuclei familiari la dimensione inconscia connota frequentemente

la comunicazione ‘attraverso’ la generazione piuttosto che ‘tra’ la generazione,

presupponendo quest’ultima uno spazio psichico riconosciuto e separato (39). Con ciò

si possono comprendere nelle dinamiche familiari la presenza, al posto dei meccanismi

proiettivi o di negazione, quelli più radicali e patologici di scissione, diniego, identificazione

proiettiva massiva, attraverso i quali vi è un trasporto del dolore mentale

piuttosto che una sua modulazione elaborativa (40). Sono le aree della mente rese cieche

da un eccesso di sofferenza cumulativa o conclamata in eventi della storia individuale

e di coppia a loro volta trasmessa dalle generazioni precedenti, che rendono

questi genitori privi di risorse mentali trasformative nella relazione con i figli, pur in

presenza di una dichiarata disponibilità a sostenerli. Oppure, viceversa è la stessa trasmissione

di ‘un mai avvenuto’, nel processo di metabolizzazione della sofferenza

mentale della loro crescita che impedisce lo sviluppo e desertifica la possibilità di un

reale supporto al processo maturativo del figlio.

Assumere una posizione colpevolizzante con i genitori implica sanzionare solo

l’ultimo anello della catena transgenerazionale, precludendo la possibilità riabilitativa

della funzione genitoriale che è in realtà ciò di cui l’adolescente ha più bisogno

per la costruzione di un’identificazione strutturante. Sono genitori difficili da raggiungere

perché feriti narcisisticamente dalle difficoltà evolutive dei figli, che difensivamente

banalizzano o viceversa drammatizzano, quando invece necessitano di

essere accompagnati nella decodifica del significato simbolico e comunicativo dell’a-

(39) KAES-FAIMBERG-ENRIQUEZ-BARANES, Trasmissione,

cit.

(40) MELTZER-HARRIS, Il ruolo educativo, cit.


 

zione antisociale, nella quale il figlio condensa ed arena la sua richiesta di aiuto. È

necessario strutturare anche con loro un setting mentalmente contenitivo nel quale

l’operatore rifugga dal rischio di sostituirli con la sua presenza, ma viceversa costruisca

una motivazione alla rielaborazione della storia relazionale con il figlio, valorizzando

la disponibilità a porsi come insostituibili alleati nell’attuazione del percorso

riabilitativo.

Il setting risulta facilitato se viene offerto ai genitori, oltre che al minore, un percorso

specialistico e rinnovato, privo di contaminazioni cronicizzanti rispetto ad eventuali

precedenti esperienze con i servizi in ambito civile. È utile in tal senso che l’adolescente

possa percepire la possibilità di un percorso nuovo che rilanci un radicale

processo di cambiamento anche con gli stessi servizi psico-sociali di cui la famiglia

si è avvalsa nel passato, per potersi ‘rigiocare’ a tutto campo con energie reciprocamente

rinnovate.

2.4. Interventi richiesti durante la messa alla prova

La lettura al minore e alla famiglia da parte degli operatori dell’ordinanza nella quale

viene concessa la messa alla prova è un utile avvio alla sua attuazione e una conferma

dell’auspicata tempestività con la quale il progetto in essa contenuto deve essere

eseguito.

Un colloquio immediatamente successivo all’udienza preliminare con il minore e i

genitori, facilita l’elaborazione dei vissuti che la medesima udienza ha evocato nel

confronto con la Magistratura, come istanza prescrittiva della fuoriuscita dalla confusività

infantile e dall’onnipotente soddisfacimento del bisogno, per negoziarlo con le

regole previste e condivise dal mondo adulto.

La nascita in una nuova dimensione adulta viene sostenuta anche dall’approfondimento

del significato riabilitativo dell’istituto giuridico a cui il minore è stato

ammesso e dalla nuova fiducia che gli è stata riconosciuta come patrimonio sul quale

investire le proprie potenzialità maturative.

L’ingaggio condiviso dai genitori nella realizzazione del progetto valorizza e sostiene

la motivazione del minore al trattamento effettuato con gli operatori il cui ruolo è

declinato nella cura e nel sostegno dello sviluppo evolutivo mentre, viceversa quello

di verifica e di controllo rimane ascritto al contesto giudiziario quale cornice normativa

entro cui si colloca la messa alla prova.Assumono quest’ultimo significato le verifiche

intermedie dei giudici delegati disposte nell’udienza collegiale; l’osservanza

della peculiarità dei reciproci ruoli istituzionali libera i servizi psico-socio-educativi

dal fantasma della funzione giudicante, per confermarli in quella di sostegno terapeutico

necessario alla crescita.

La continuità del trattamento dopo l’udienza preliminare, quale esperienza fortemente

intrisa da valenze persecutorie e depressive, nella quale il minore sperimenta

il sostegno degli operatori, facilita il rinforzo dell’alleanza terapeutica e consente

un rilancio motivazionale per la realizzazione dei contenuti del progetto, con la

cadenza temporale prevista nei singoli aspetti psico-socio-educativi. Facilita inoltre

la prevenzione del rischio di recidiva che può aumentare nel periodo immediatamente

successivo alla celebrazione dell’udienza collegiale nella quale è stata concessa

la messa alla prova.

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Tale periodo può rivelarsi a rischio di maggior caduta della motivazione nell’adolescente

che sente di aver ‘superato’ la fase dell’udienza preliminare e di aver ottenuto

una misura ‘premiale’ rispetto all’ansia indotta dal giudizio negativo e dalla pena.

La tempestività nell’attuazione del progetto psico-socio-educativo è necessaria per

confermare la tenuta della relazione terapeutica con gli operatori (41) e progressivamente

consolidare l’acquisizione di nuovi strumenti mentali che sostituiscano il registro

comunicativo operatorio-concreto dell’azione antisociale.

La fantasticata grandiosità dei compiti evolutivi rispetto all’esiguità delle risorse

psichiche e la fatica nella tenuta del compito può esporre il minore a scoraggiamenti

ed a cadute motivazionali; è importante in tal caso saper valorizzare i micro cambiamenti

e le aurorali diversificazioni di prospettiva nella lettura dei propri vissuti emotivi

come vettori della costruzione di un significato mentale che si riverbera nelle

modalità interattive nel modo esterno.

Gli operatori hanno il compito di trasmettere al giudice, con la periodicità prevista

dall’ordinanza, un quadro informativo sull’andamento della messa alla prova, negli

aspetti evolutivi e problematici, ma tempestivamente in caso di interruzione o inosservanza

delle prescrizioni. In proposito è necessario considerare che l’andamento sinusoidale

è fisiologico nei processi di crescita, l’operatore deve pertanto considerare le difficoltà

realizzative del progetto riabilitativo nella loro possibile dinamicità, proponendo

anche le alternative che risultano meglio congruenti con l’evoluzione dell’adolescente.

Il sostegno alla motivazione gioca un ruolo essenziale nell’eventuale rivisitazione

o rilancio di un progetto che fatica a procedere; anche in tal caso un approccio interprofessionale

psico-socio-educativo può garantire i livelli di intervento da meglio

calibrare a seconda delle esigenze riabilitative del minore. L’intervento psicologico, o

psicoterapeutico, elaborativo del blocco dello sviluppo, rimane irrinunciabile nella

realizzazione di ogni progetto riabilitativo, dovendo l’adolescente acquisire strumenti

psichici più adeguati per completare il proprio sviluppo psichico e scongiurare il

rischio di recidiva (42).

È compito della magistratura valutare ed accogliere nell’udienza collegiale le variazioni

del progetto proposte e motivate dagli operatori.

2.5. Udienza finale di messa alla prova

L’udienza finale del periodo di messa alla prova rappresenta l’atto conclusivo di un

percorso maturativo che ha chiesto al minore la tenuta del compito nella realizzazione

dei singoli aspetti psico-socio-educativi del progetto riabilitativo.

Il collegio giudicante è chiamato a valutare la portata del suo impegno, sia sotto il

profilo quantitativo che qualitativo nonché i cambiamenti psichici che hanno progressivamente

consentito il riavvio del processo maturativo, la riparazione del Sé e

delle figure genitoriali nella costruzione identitaria, l’acquisizione di un nuovo livello

etico nei confronti delle relazioni nel mondo esterno.

Le difficoltà nella realizzazione del progetto e le cadute motivazionali sono da con-

(41) WINNICOTT, La delinquenza come segno di speranza,

in Dal Luogo delle origini, Cortina, 1990.

(42) NOVELLETTO-BIONDO-MONIELLO, “L’adolescente

violento”, riconoscere e prevenire l’evoluzione criminale,

Franco Angeli, 2000.


 

siderarsi in rapporto alla peculiarità delle singole situazioni e alla diversificata gravità

nelle carenze personologiche di partenza.

Il percorso riabilitativo non può per definizione che essere soggettivo, anche nella

portata dei cambiamenti psichici in rapporto alla complessità delle singole situazioni.

Conseguentemente la valutazione non può prescindere dall’impegno e dalla tenuta

del compito evidenziati dal minore, come misura simbolica della qualità della trasformazione

del Sé, volto ad una progressivo completamento di un nuovo progetto di vita,

nonostante le difficoltà realizzative.

Il minore necessita di una riflessione condivisa con gli operatori per cogliere la

profonda valenza simbolica del rito processuale come ambito in cui si celebra con

solennità la nascita di una sua nuova dimensione psichica, che richiede la riduzione

dell’onnipotenza e del mito soggettivo come soddisfazione immediata del desiderio, e

dove viceversa viene sancita la necessità di contemperarlo alla sopravvivenza ed al

benessere dell’oggetto di relazione come benessere anche per il Sé.

Necessita anche di essere supportato dagli operatori nella valorizzazione dei cambiamenti

perseguiti, anche se parziali e non esaustivi, quando sono forieri di ulteriori

sviluppi, in modo che li sappia a sua volta valorizzare e percepire come l’inizio di

un nuovo cammino.

La modulazione della sofferenza della crescita da parte di una singola unità diffonde

nelle altre ulteriori modulazioni positive e produce sviluppo.Viceversa una scarica

evacuatoria e violenta della tensione negata e irrisolta scatena ulteriori modificazioni

distruttive e condiziona un processo antitetico a quello definibile sviluppo, sia

nei singoli che nella famiglia e nei collettivi (43).

L’adolescente che nell’udienza finale della messa alla prova è autenticamente ravveduto

nei confronti dei propri comportamenti criminosi, avendo acquisito nuove

capacità pensanti e un diverso livello di responsabilizzazione, implicitamente valorizza

e riconosce anche l’importanza di un dialogo interistituzionale tra Magistratura e

Servizi che hanno saputo investire in una sua crescita possibile, confermando con ciò

che la ‘cura è valsa la pena’.

3. LA GRIGLIA

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(43) IMBASCIATI, Introduzione, in MELTZER-HARRIS, Il

ruolo educativo, cit.

Periodo antecedente Periodo durante l’esecuzione Udienza finale di messa

all’ordinanza di messa della messa alla prova alla prova

alla prova

L’imputato L’indagine psico-sociale (o psicosocio-

educativa se il minore usufruisce

già di un intervento educativo)

deve fornire al TM:

1. tutti gli elementi utili a delineare

la personalità dell’imputato :

il livello maturativo raggiunto,

le dinamiche intrapsichiche ed

interpersonali attive nei confronti

della famiglia, del gruppo

L’imputato deve essere accompagnato

verso la lettura più lineare e

comprensibile del contenuto dell’ordinanza,

e della necessità in

essa evidenziata del suo recupero

psico-evolutivo, attraverso la valida

crescita del Sé come premessa

necessaria alla successiva riparazione

dell’ambiente relazionale

esterno.

L’imputato deve essere preparato

a portare in prima persona

le riflessioni del percorso di

messa alla prova svolto, con

particolare riguardo al confronto

con il fatto-reato e ai risultati

del processo di cambiamento

psichico avvenuto. Il portare le

proprie riflessioni nell’udienza

finale, deve tenere conto delle

(segue)


 

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Periodo antecedente Periodo durante l’esecuzione Udienza finale di messa

all’ordinanza di messa della messa alla prova alla prova

alla prova

e dell’ambiente sociale, con le

quali affronta il secondo processo

di separazione-individuazione.

Correlazioni tra le

dinamiche sottese alla nuova

costruzione identitaria, la peculiarità

del funzionamento psichico

familiare e la commissione

del reato. Le risorse e le

potenzialità soggettive disponibili

nella coppia genitoriale e

nell’ambito relazionale allargato.

L’eventuale discrepanza tra

età affettiva e cronologica del

minore e le possibili correlazioni

nella relazione pregressa e

attuale con le figure genitoriali,

il livello di interferenza dei fattori

affettivi su quelli cognitivi, il

livello di elaborazione di precedenti

esperienze traumatiche,

gli eventuali ritardi o arresti

dello sviluppo nelle specifiche

fasi evolutive ed i nuclei psicopatologici

ad essi correlati, i

meccanismi di difesa nei confronti

della sofferenza psichica

implicita nel percorso maturativo,

il livello di “raggiungibilità”

nella relazione di aiuto per l’attivazione

dei necessari processi

di cambiamento psichico;

2. i contenuti della presa in carico

psicologica in rapporto alle ravvisate

necessità di recupero

psico-evolutivo, durata e frequenza

delle sedute nel trattamento

riabilitativo;

3. il percorso di fuoriuscita dal circuito

penale;

4. l’indicazione degli obiettivi

della messa alla prova;

5. l’indicazione degli strumenti

per raggiungere gli obiettivi

della messa alla prova;

6. gli impegni che il minore è già

disponibile ad assumere e

quelli per i quali è possibile ravvisarne

la progressiva costruzione

motivazionale.

Un ulteriore approfondimento

psico-diagnostico inclusivo della

somministrazione di test proietti-

L’imputato deve essere costantemente

sostenuto sotto il profilo

motivazionale nella tenuta del

compito dai Servizi che devono

riferire immediatamente al TM

qualora vi siano problemi concreti

nella realizzazione del progetto

riabilitativo.

Tale costante supporto non deve

vertere solo sull’attuazione delle

singole prescrizioni, ma anche sul

significato delle stesse per rendere

possibile la crescita e il cambiamento

psichico.

In particolare, nei momenti di

crisi, (che può verificarsi dopo l’udienza

di concessione della

messa alla prova) è necessario

rafforzare il sostegno elaborativo

in rapporto alle fantasie di inadeguatezza,

di negazione e di ritiro

difensivo di fronte alla fantasticata

grandiosità del compito della

crescita, di cui la Messa alla prova

è espressione. Il ruolo informativo

sull’andamento della messa alla

prova al TM non deve vanificare il

ruolo prioritariamente supportivo

sia al minore che ai genitori

nell’elaborazione delle difficoltà

maturative che fisiologicamente

la Messa alla prova impone. Gli

operatori quando si verificano

blocchi nell’attuazione del progetto,

devono individuare quali

percorsi alternativi possono essere

messi in gioco, in modo da

informare il TM non solo sul problema

ma anche sulle strade individuate

per affrontarlo e superarlo.

È importante realizzare un monitoraggio

di verifica da parte del

TM, soprattutto tenendo conto

della durata e della complessità

del progetto riabilitativo per liberare

il ruolo dell’operatore da una

valenza di giudizio che viceversa

spetta al TM.

capacità e delle risorse del minore.

(segue)


 

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Periodo antecedente Periodo durante l’esecuzione Udienza finale di messa

all’ordinanza di messa della messa alla prova alla prova

alla prova

Gli obiettivi

della MESSA

ALLA PROVA

vi è necessario quando emergono

disturbi, o un eccesso di sofferenza

psichica e il rischio di

acting, nella strutturazione personologica

e identitaria.

Gli elementi di cui sopra devono

essere utilizzati dal servizio anche

per esprimere delle valutazioni

sulla capacità di tenuta del minore

e sull’individuazione degli strumenti

più idonei alla costruzione

di un programma ad personam,

ma sopratutto per creare un’alleanza

supportiva che lo ingaggi

sotto il profilo motivazionale nel

cambiamento psichico, rendendolo

in tal modo condiviso e possibile

(la metodica che lo favorisce

è una presa in carico già nella

fase di indagine che preveda il

superamento della dicotomia

osservazione-trattamento).

Attivazione di un processo di

cambiamento psichico per dotare

progressivamente l’adolescente

di strumenti mentali che consentano

l’utilizzo dei processi di

pensiero anziché dell’azione per

affrontare la crescita. Ciò al fine di

consentire il progressivo riconoscimento

del disvalore del fatto

commesso, la presa di distanza

dal contesto di illegalità, il riconoscimento

dei principi di convivenza

e delle condizioni collegate

al fatto-reato, ovvero l’elaborazione

dei fattori personologici, relazionali

e ambientali attuali ed inerenti

alla storia evolutiva all’interno

della quale si è sviluppato il

fatto-reato di cui si deve decodificare

il significato per introdurvi i

necessari processi simbolici.

Attivazione di un processo di

responsabilizzazione rispetto alle

conseguenze del fatto-reato con

la prefigurazione di una possibile

riparazione delle sue conseguenze

(attività simbolicamente riparativa/

socialmente utile) e quando

è possibile la promozione

della conciliazione del minore

Prosecuzione e progressivo consolidamento

del processo di cambiamento

psichico che consenta

lo sblocco evolutivo e la responsabilizzazione

rispetto alle conseguenze

del fatto-reato con l’eventuale

riparazione delle sue conseguenze

(attività simbolicamente

riparativa/socialmente utile) e

quando è possibile la promozione

della conciliazione del minore

con la persona offesa

(giustizia riparativa).

Realizzazione del processo di

cambiamento psichico finalizzato:

alla maturazione del Sé, al riconoscimento

del disvalore del fatto

commesso, alla presa di distanza

dal contesto di illegalità, al riconoscimento

dei principi di convivenza

comune e alle condizioni psichiche

collegate al fatto-reato,

ovvero all’elaborazione dei fattori

personologici, relazionali e

ambientali in cui si è sviluppato.

Realizzazione del processo di

responsabilizzazione rispetto alle

conseguenze del fatto-reato con

l’eventuale riparazione delle conseguenze

del reato (attività simbolicamente

riparativa/socialmente

utile) e quando è possibile

la promozione della conciliazione

del minore con la persona offesa

dal reato (giustizia riparativa).

(segue)


 

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Periodo antecedente Periodo durante l’esecuzione Udienza finale di messa

all’ordinanza di messa della messa alla prova alla prova

alla prova

Il fatto-reato

La famiglia

con la persona offesa dal reato

(giustizia riparativa).

L’indagine dei servizi deve fornire

al TM tutti gli elementi utili rispetto

a come il minore si pone di

fronte al fatto-reato ed eventuali

evoluzioni della presa di coscienza

del minore dall’inizio della

presa in carico. Decodifica del

reato come sintomo del disagio

maturativo all’interno della sua

storia familiare e gruppale. Correlazioni

tra la tipologia del reato e

bisogni evolutivi inevasi al fine di

sostituirvi risposte più maturative.

L’indagine dei servizi deve fornire

al TM:

1. tutti gli elementi utili a delineare

il contesto ed i rapporti intrafamiliari

esistenti, soprattutto

tra l’imputato ed i genitori; (a

livello intergenerazionale e

transgenerazionale);

2. il grado di consapevolezza da

parte dei genitori delle reali

condizioni psico-evolutive del

figlio, del disvalore del fattoreato,

del significato del processo

penale e della necessità

di un eventuale percorso di

recupero maturativo;

3. le risorse che i genitori sono in

grado/sono potenzialmente

disponibili (con il supporto

motivazionale degli operatori)

a mettere in campo a sostegno

di un eventuale percorso di

messa alla prova del figlio in

collaborazione con i Servizi.

Rivisitazione della storia familiare

e delle dinamiche conseguenti

nell’ottica di una loro ristrutturazione

più favorevole alla crescita

del figlio. Ciò è particolarmente

necessario nel caso siano

presenti eventuali distorsioni

proiettive conseguenti alla psicopatologia

inconscia dei genitori

induttive di acting, e di comportamenti

trasgressivi o delinquenziali.

Supportare l’imputato nella comprensione

delle ragioni affettive

sottese al reato per elaborarle

all’interno della sua storia evolutiva

al fine di affrancarle dal rischio

di recidiva, valorizzando nel contempo

le potenzialità riparative

del Sé e dell’ambiente relazionale

esterno.

La costruzione di una valida

alleanza tra i Servizi e il nucleo

familiare del minore è finalizzata

a promuovere la ristrutturazione

delle dinamiche familiari al fine di

renderle più funzionali al recupero

evolutivo del figlio rendendo la

famiglia stessa partecipe e motivazionalmente

supportiva nel

progetto della messa alla prova.

Va inoltre previsto nei confronti

della famiglia un sostegno per far

fronte a situazioni problematiche

specifiche.

Il sostegno alla famiglia va incentivato

qualora l’evoluzione del

minore comporti la sua decisione

di separarsi dall’alveo familiare.

Inoltre il rientro in famiglia a

seguito di un percorso comunitario

deve essere preparato con

adeguato anticipo avendo cura

di verificare che: 1. La famiglia sia

in grado di accogliere costruttivamente

il ragazzo; 2. La famiglia sia

in grado di gestire le sue nuove

istanze evolutive; 3. Il ragazzo

riconosca la famiglia come rinnovato

riferimento affettivo ed educativo.

Elaborazione con il minore delle

strategie alternative di risposta

rispetto al comportamento posto

in essere con il fatto-reato. Presa

di distanza effettiva dalle condizioni

psico-socio-ambientali nelle

quali si è realizzato il fatto-reato.

Valutazione della reale capacità di

accoglimento affettivo ed educativo

della famiglia nonché dell’evoluzione

delle dinamiche familiari

e/o riconoscimento dello sviluppo

di legami alternativi o vicarianti

la famiglia stessa.

Mantenimento di un sostegno

elaborativo alla famiglia anche

oltre la chiusura del percorso di

messa alla prova.

(segue)


 

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Periodo antecedente Periodo durante l’esecuzione Udienza finale di messa

all’ordinanza di messa della messa alla prova alla prova

alla prova

Gli ambiti

formativi:

studio/

avviamento

al lavoro/lavoro

Attività

riparativa/

socialmente utile

Attività

di socializzazione

Attività sportiva

L’indagine dei Servizi deve fornire

al TM:

1. la storia del minore rispetto alla

scuola dal punto di vista curriculare

e relazionale;

2. il percorso formativo e lavorativo

del minore;

3. la corrispondenza dei percorsi

scolastico, formativo e lavorativo

con le aspirazioni, potenzialità e

competenze del ragazzo e le prospettive;

4. la verifica dell’idoneità del percorso

scolastico, formativo e lavorativo

in corso.

Fornire tutti gli elementi idonei a

valutare l’opportunità di un’attività

socialmente utile, quale

momento di riflessione per la

presa di distanza dal fatto-reato e

di riparazione simbolica del Sé e

dell’ambiente relazionale. Nella

scelta dell’attività socialmente

utile, valutare prioritariamente

l’opportunità di un servizio alla

persona, soprattutto nei casi dei

reati contro la persona, tenuto

conto delle reali capacità e attitudini

del minore. In particolare l’attività

socialmente utile può aiutare

il minore a sperimentarsi e

rafforzarsi positivamente in un

impegno orientato ad una relazione

valorizzante il Sé.

Qualora il minore presenti delle

difficoltà di relazione con il gruppo

dei pari, prevedere e supportare

l’inserimento in un centro di

aggregazione giovanile o altro

luogo analogo in cui sperimentale

una relazione semi-informale

ed eventualmente accompagnata.

È necessaria qualora il minore

necessiti di rafforzare la capacità di

integrazione positiva nel gruppo e

di acquisire la capacità di sostenere

responsabilmente la competizione,

il confronto, la sconfitta e la

vittoria insieme agli altri.

I servizi devono monitorare

costantemente le tappe evolutive

del percorso in atto;

qualora tale percorso non risulti

adeguato, devono individuare

tempestivamente un percorso

formativo o un’attività lavorativa

che risponda maggiormente alle

aspirazioni, potenzialità e competenze

del ragazzo, con l’ausilio di

centri di orientamento.

Accompagnare il ragazzo nell’attribuzione

di un significato simbolico

all’attività socialmente

utile, soprattutto in connessione

con il comportamento posto in

essere nel fatto-reato e con il proprio

percorso di cambiamento

psichico.

Monitorare il processo di socializzazione

in atto e i suoi effetti, focalizzando

l’attenzione su alcuni

punti tra cui: le scelte amicali, la

capacità di mantenere le relazioni

e di reggere il confronto e/o la frustrazione,

le modalità di inserimento,

di interazione, integrazione e di

benessere nel gruppo dei pari.

Monitorare lo svolgimento, il

coinvolgimento e la partecipazione

del minore nell’attività sportiva

tramite i referenti della stessa.

Verificare se il percorso scolastico,

formativo e lavorativo svolto è

effettivamente riconosciuto dal

ragazzo come rispondente alle

sue reali aspirazioni, potenzialità e

competenze. Valutare inoltre il

reale investimento del ragazzo

rispetto al percorso svolto e la

costruzione di una nuova identità

sociale propositiva.

Verificare il senso attribuito dal

ragazzo all’attività socialmente

utile. Inoltre valutare l’occasione

di riscatto personale e la sua ricaduta

nell’ambito sociale.

Verificare la nuova capacità del

minore in relazione: alla scelta

degli ambiti di socializzazione,

alle competenze relazionali

acquisite con il gruppo dei pari,

alla qualità dell’interazione e dell’integrazione

in esso costruite.

Verificare se l’attività sportiva

svolta ha contribuito alla positiva

integrazione nel gruppo e al

rispetto condiviso delle regole

sociali.

(segue)


 

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Periodo antecedente Periodo durante l’esecuzione Udienza finale di messa

all’ordinanza di messa della messa alla prova alla prova

alla prova

Colloqui con lo/la

psicologo/a

Colloqui

con l’assistente

sociale

Vittima

Dato che non c’è coincidenza tra

un intervento psicologico minimo

necessario e la durata di una

messa alla prova, i colloqui sono

finalizzati a promuovere, sostenere

e stimolare il processo di elaborazione

dei nuclei della personalità

irrisolti, nell’ottica di favorire,

se necessario, il proseguimento

del loro trattamento anche

dopo la conclusione della messa

alla prova.

Prevedere colloqui sistematici,

con valida frequenza periodica,

con la funzione non solo di verificare

la prosecuzione del percorso

di messa alla prova e la sua efficacia,

ma anche di sostenere il

minore e i genitori in tempo reale

in caso di difficoltà, al fine di individuare

tempestivamente strategie

condivise di superamento

delle stesse.

Prevedere sempre una riflessione

sugli aspetti fantasmatici e

proiettivi assunti dalla vittima

nella commissione del reato,

rispetto alle problematiche adolescenziali

irrisolte, nonché sulle

conseguenze sulla persona offesa

e sulla società. Riflettere sull’opportunità

di utilizzare, se idonei

al singolo caso, i percorsi di

giustizia riparativa qualora presenti

sul territorio.

Necessità di confronto interprofessionale

tra l’assistente sociale e

lo/a psicologo/a per valutare che

la realizzazione dell’intervento

psicologico sia sinergico alla realizzazione

progressiva e responsabile

delle altre attività della

messa alla prova, nonché per facilitare

l’utilizzo dell’intervento psicologico

come contenitore simbolizzante

i processi psichici in

atto.

Svolgere colloqui con valida frequenza

periodica, con la funzione

non solo di verificare la prosecuzione

del percorso di messa alla

prova e la sua efficacia, ma anche

di sostenere il minore in tempo

reale in caso di difficoltà ed individuare

con il minore le tattiche di

superamento delle stesse. L’assistente

sociale, con la funzione di

coordinamento del percorso è

tenuto ad informare il TM nelle

verifiche intermedie, non solo

sull’andamento e sulle variazioni

positive del percorso, ma anche e

soprattutto in maniera tempestiva

su tutti i problemi che possono

insorgere, soprattutto qualora si

riveli necessaria una modifica del

contenuto dell’ordinanza di

messa alla prova.

Svolgere sempre un’elaborazione

degli aspetti proiettivi conseguenti

al blocco evolutivo in atto

rispetto alla tipologia di reato ed

alle sue conseguenze sulla persona

offesa e sulla società. Utilizzare

là dove possibile, e valutandone

tempi e modalità, i percorsi di

giustizia riparativa qualora presenti

sul territorio e idonei al singolo

caso.

Valutare il livello maturativo raggiunto,

nonché il superamento

del blocco evolutivo in rapporto:

alla capacità di distanziamento

dalle condotte delinquenziali, alla

nuova percezione del Sé e delle

potenzialità costruttive ed affermative

nella realizzazione di un

proprio progetto di vita, alla tenuta

delle nuove competenze elaborative

delle dinamiche inerenti

l’interazione tra mondo interno e

contesto socio-familiare.

Preliminarmente è fondamentale

inviare al TM la relazione finale

che illustra l’andamento del percorso

di messa alla prova almeno

una settimana prima dell’udienza

finale. Sollecitare il minore ad illustrare

il suo percorso in termini di

cambiamento psichico e di vissuto

elaborativo del fatto-reato.

Valutare la riflessione svolta dal

minore rispetto alla vittima, al

fatto-reato e alla capacità di

immedesimazione empatica

nella persona offesa. Valutare

inoltre la costruzione di una diversa

adesione alla legalità intesa

come un sistema di salvaguardia

e tutela della positiva interazione

tra il Sé e l’altro nella dimensione

collettiva come bene comune.